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Pile: Deep Clay
La faccia di chi aspetta il bus sbagliato
| Lo leggi in 2 minuti

Impacchi d’argilla per lenire la malinconia.

Per chi non li conoscesse (ossia il 99% del mondo musicale al di fuori di Reddit e di qualche festivalino indie in Belgio), i Pile sono da quasi vent’anni la band che ti aspetti di scoprire solo dopo aver già finito tutte le discografie di Sonic Youth e Slint. Originari di Boston, hanno una carriera discografica impressionante: una decina di dischi, un’evoluzione costante, zero compromessi. Eppure, restano una band "di culto": troppi duri per l’indie pop, troppo strani per il punk ortodosso, troppo fuori dai circuiti post-metal per essere nel giro Converge, troppo sinceri per il mainstream. In un mondo perfetto, sarebbero una delle chicche del Primavera Sound. In questo, sono ancora "quella band che il tuo amico fissato con il post-punk ti consiglia ogni sei mesi".

Da quasi vent’anni scolpiscono un suono affine al punk esistenziale, sempre un po’ storto rispetto al nord magnetico delle convenzioni. Dalla furia dissonante di A Hairshirt of Purpose (2017), passando per la malinconia postmoderna di Green and Gray (2019) e il passo più soffice ma incerto di All Fiction (2023), sono arrivati fino a questo nuovo capitolo, Sunshine and Balance Beams, dove sembrano dire “ok, torniamo a spaccare tutto, ma con archi e synth perché ormai siamo raffinati”.

Al centro dell'album, Deep Clay emerge come una deflagrazione post-hardcore che ci è piaciuta parecchio, sospinta da quella tensione emotiva latente che ci fa sempre emozionare e un Rick Maguire che si ricorda di saper urlare come si deve, in un climax vocale che sembra emergere dalle viscere del groviglio creativo, che poi è la bara in cui si trova nel video. «It is my belief / I can write my way out of whatever this place is!». E noi lo crediamo, con un misto di ammirazione e timore reverenziale.

Il pezzo affronta con chiara franchezza il peso dell’arte come ossessione e l’idea che la produttività diventi la nostra prigione, proprio quando crediamo che sia la chiave per una via d’uscita. Inutile dire che l’energia è palpabile, tagliente e, con tutto quel furore accumulato, Deep Clay sembra urlare “barcollo, ma non mollo”. Il tutto richiama il mito di Sisifo, i cui riferimenti rimbalzano per tutto il disco.

Maguire scrive per salvarsi, ma più scrive più sprofonda nell’argilla: il processo stesso diventa fango che blocca i movimenti. È un’ossessione lucida e devastante: fare arte per sopravvivere, ma scoprire che è proprio l’arte a consumarti. Pitchfork ci vedrebbe subito un metacommento sul capitalismo, ma in realtà è più semplice: Rick è stanco, molto stanco, e i suoi Pile sembrano ancora dirlo meglio di chiunque altro.

pile rick maguire 

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