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Hand Habits: Lioness
Appesa a un ricordo
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Accarezzare la leonessa senza farsi per forza male.

Rifare Jason Molina è una brutta faccenda a prescindere: un cattivo affare, un’idea suicida. Qualcosa come dipingere una tempesta: tecnicamente possibile, ma con altissime probabilità di apparire stupido, accanto all’originale.

Il braccio, il cuore e la mente dietro ai progetti Songs: Ohia e Magnolia Electric Co. (prima di lasciarci a soli trentanove anni nel 2013) aveva quel talento unico che faceva delle sue canzoni evocazioni allo stesso tempo intime e leggendarie, piccoli mattoncini pesantissimi capaci di costruirsi attorno un culto silenzioso. Voce vulnerabile e insieme imperiosa, trasformava due accordi in una catastrofe emotiva, frutto di un modo di scrivere che rendeva ogni frase una confessione definitiva. Il suo disco del 2000, The Lioness, rimane tutt’oggi uno dei manifesti più devastanti del suo catalogo, traboccante di parole che oscillano tra la disfatta e la reazione violenta, tra dolcezza commovente e disastro inevitabile.

Lioness in particolare incarna questa strana tensione moliniana: brucia di un desiderio così intenso che suona quasi eroico, ma anche pericoloso, nel senso che potresti non sopravvivergli. Ecco perché una sua cover è un terreno insidioso. Falla male e appiattirai l’angoscia vera in un melodramma da quattro soldi. Falla benino e finirai al massimo per ricordare alla gente perché ancora la sua eredità allunga la propria ombra sull’intero panorama indie folk e alt country come un’oscura divinità con una chitarra sfondata in mano. 

Eppure il nuovo tribute album I Will Swim to You sta in piedi da solo come non ci saremmo mai aspettati, e proprio la Lioness di Meg Duffy – ormai da anni conosciuta come Hand Habits – ne è forse la stampella più solida (oltre che il pezzo contenente il verso che dà il titolo all'intera compilation). D’altronde il suo stile – morbido, delicato e tenue, ma senza mai sbrodolare smielato – pare quasi progettato per un'impresa del genere. Laddove la versione di Jason scricchiolava di disperazione, barcollando sull’orlo del collasso, Meg la tratta come fosse un fragile cimelio di famiglia: cauta, riverente, ma senza paura di mostrare dove sono le crepe. La strumentazione è ridotta all’osso quanto basta per lasciare il testo in prima linea, mentre prudenti ondate di riflusso garantiscono la quota di dramma sufficiente a incorniciare il senso di bisogno impaziente che è il cuore del pezzo.

È una conversazione attraverso il tempo: l’ululato ruvido di lui si è ammorbidito nel sussurro di lei, la sua disperazione mitica filtrata attraverso il riflesso di una lente. Versi come «Whether you save me, whether you savage me» qui colpiscono in modo diverso – non meno intensi, ma rifratti, luminosi proprio negli angoli che a suo tempo erano infestati dai fantasmi. Si perde un po’ di quell'impeto opprimente e burrascoso, ma si guadagna una chiarezza che fa brillare le singole parole. Il pericolo nascosto dietro l’amore è ancora lì, ma ora sembra un po’ meno ineluttabile, come se arrivare a riva fosse davvero possibile, e non solo un miraggio.

Nelle mani sbagliate, le cover di Molina rischiano di diventare reliquie seppiate, buone intenzioni senza un fuoco che arde sotto, scatti di un altro dietro un filtro vintage scontato e scolastico. Meg Duffy riesce splendidamente a risparmiare la sua Lioness da questo triste, quasi segnato, destino. Suona viva, non teme di accompagnare l’immaginario dell’autore in un nuovo territorio, e lo fa senza levigare gli spigoli che l’avevano resa indimenticabile. Non è imitazione, non è sostituzione, ma qualcosa di più raro: una continuazione. Il risultato è una di quelle cover che non si limitano a onorare l’originale, ma ti ricordano perché valeva la pena onorarla. Del resto, coverizzare Molina è come una liturgia, e come tutte le liturgie funziona solo se ci credi davvero.

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