Distopia vs realtà.
Le lenti deformanti del tempo addolciscono quasi sempre il passato, facendolo apparire più splendente di quello che era realmente. È un meccanismo arcinoto e alla base del sistema del revival, in qualsiasi ambito. In quello musicale poi, guardare indietro è sempre apparso ben più rassicurante del presente, soprattutto perché, come sostengono alcuni studi, dopo i trent'anni arriva per molti la fase della musical paralysis per cui si smette di cercare e di scoprire nuovi artisti e musica diversa dagli ascolti abituali, rifugiandosi permanentemente nelle proprie certezze.
Il ritorno di artisti dal passato estremamente luminoso (su tutti il celebratissimo tour degli Oasis, ma gli esempi sono molteplici e vari) è in questo senso un successo assicurato. Non si faccia però l'errore di includere in questa categoria i Gorillaz, perché nonostante si tenda ad avere la percezione che si tratti di una band che ha avuto i suoi giorni migliori nei primi Duemila, la creatura di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha continuato a proporre, al netto di pause fisiologiche, ottima musica per tutto questo tempo. Ma soprattutto, perché saper stare nei tempi correnti è sempre stata non solo una loro caratteristica, ma anche uno degli elementi che ne ha determinato la fortuna.
Da questo punto di vista The Happy Dictator è uno splendido affresco contemporaneo, un'immagine ironica e allo stesso tempo spaventosa della politica autoritaria e della sua propaganda, oggi tornata fortemente di attualità in Europa e negli Stati Uniti, pur essendo stata ispirata da un viaggio in Turkmenistan, dove Albarn è venuto in contatto con la comunicazione autoritaria intorno al dittatore Serdar Berdimuhamedow.
Con la collaborazione di una band storica come gli Sparks, The Happy Dictator gioca sui contrasti, mettendo insieme un motivo allegro e un testo apparentemente positivo a un significato profondamente cupo: una distopia sempre più vicina alla realtà.
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