Il nu metal come classic rock.
Se My Mind Is a Mountain era la sveglia che ti schiaffeggia, Milk of the Madonna è il brivido che ti folgora ottantaquattro volte al minuto. Soliti romanticoni? Sicuramente. Testo ambiguo? Assolutamente. Sacro come una preghiera da cameretta lanciata al vento? Certo, e sempre con il fuzz riverberato del nu metal che ti strappa l’anima. Il fatto è che i Deftones sono ancora nei nostri cuori. E forse non se ne sono mai andati.
Qui tornano infatti a fare quello che gli riesce meglio: essere fragili, furiosi e filosoficamente ambigui. Il titolo sembra uscito da un sogno febbrile condiviso tra David Lynch e un barista di Portland, e il pezzo suona esattamente così: mistico, viscoso, e pesante quanto un’e-mail non letta alle 3 del mattino da parte di un fantomatico Mystery Man del caso. Il testo, ancora una volta, è aperto a interpretazioni, come si usava negli anni Novanta, ancora tutti qui nella loro cultura decadente.
Pur non apportando nulla di nuovo a una formula già rodata, oliata e anche digerita più volte, siamo contenti che quel fenomeno nu metal sia ancora fervido nella memoria di molti. I Deftones – come i Korn – sono stati tra i pochi che, di quella cricca, hanno superato la prova del tempo e sono sempre qui a riempire i palazzetti. Ci sarà un motivo, no? Poi, lo sappiamo: fugit irreparabile tempus. E quel nuovo metal ora è diventato una sorta di classic rock. Poteva decisamente andarci peggio cosa raccontare ai nostri nipotini.
Dopo un cavallo bianco e un gufo bianco, ora ci aspettiamo che anche il serpente bianco della copertina diventi tra i fan favourites della discografia della band del Chino. I pezzi ci sono tutti.