La rivincita di Abele.
La scena oscura italiana in apparenza è dormiente, ma basta scavare un poco a fondo per vedere quanto in realtà le cose siano in continuo movimento. Come al solito, se ne accorgono di più all'estero, dove molte band nostrane vengono spesso e volentieri invitate a festival o show singoli, ma che ci volete fare: è un vecchio discorso troppo lungo da riassumere in due righe.
Tra le città più vive in questo senso c'è sicuramente Roma, che negli anni ha regalato alcuni dei punti fermi del genere, ed è proprio da lì che provengono i neonati Dear Company.
I due – Martino Cappelli ed Elisa Pambianchi –, in seguito a esperienze musicali artisticamente di livello ma oramai concluse, uniscono le loro forze e debuttano con questo singolo, Wonderboy, vero e proprio biglietto da visita per qualcosa destinato a lasciare il segno: se le premesse sono queste, infatti (un incontro tra le sonorità eteree dei Black Tape for a Blue Girl, con una spruzzata di Collection d'Arnell-Andréa meno elettronici e una poesia vicina sia a Wyatt che a Drake, il tutto riletto – per quanto possibile ovviamente – in una chiave personale e post-rock), i Dear Company si candidano già da ora per essere una novità da tenere seriamente d'occhio, e non stupirebbe vederli a brevissimo anche su palchi importanti, nazionali e non.
Brano impeccabile nella sua imperfezione (e quindi umano, vivo, pulsante), Wonderboy ha anche lo zampino di Simona Ferrucci, deus ex machina del progetto Winter Severity Index, quasi un sigillo di garanzia su un lavoro che va ascoltato da chiunque si professi amante del genere.