Gotico californiano da centro commerciale.
Gli AFI arrivano da Ukiah, California, e hanno passato tre decenni a cambiare pelle più di qualunque altra band della loro generazione. Hardcore punk nei '90, screamo melodico quando andava di moda, poi il salto mainstream di Sing the Sorrow (2003), con eyeliner e teatralità a metà tra emo da MTV e gothic-lite da Walmart. Non sono mai stati "gotici" sul serio: troppo californiani appunto, troppo attenti al ritornello, troppo allergici al culto della decadenza pura.
Eppure eccoci qui, nel 2025, dopo Behind the Clock, con Holy Visions: un secondo singolo che suona invece come il pezzo più gothic della loro carriera. Giri di chitarra che odorano di Sisters of Mercy, un basso che pulsa come in una discoteca di pipistrelli e Davey Havok che finalmente smette di recitare da frontman glam per calarsi in un ruolo più vicino al predicatore dark e con un look da insegnante di ginnastica. Non c’è redenzione, non c’è trascendenza: solo il piacere di canticchiare insieme un ritornello rétro che funziona. È il culto di un tempo che fu, nella sua forma AFI.
È il loro pezzo più vicino a una liturgia post-punk: cupo ma levigato, teatrale ma mai kitsch (nonostante i colori saturi e l'estetica a baffoni), evoca rosari recitati e immagini misteriose di una ragazza luminosa che brucia come una candela votiva. Darkwave d'oltreoceano filtrata dall’iconografia religiosa, ma senza la pretesa del misticismo: più una visione pop che una rivelazione. Il video, diretto da Gilbert Trejo (sì, il figlio di Machete), scoppia di rosa e sembra fatto apposta per dimostrare che anche la sacralità, se vuoi venderla nel 2025, deve avere un filtro Instagram. Estetica dark ripulita e chorus pensati per riempire arene, e fin quando viene così bene c'è poco da imputare.
Eppure Holy Visions non è un ritorno al passato, né un back to basics: è l’ennesima mutazione di una band che ha sempre preferito contraddirsi piuttosto che fossilizzarsi. Non è goth puro (e i puristi continueranno a ridere), ma è abbastanza vicino da spaventare i fan storici del punk hardcore. Ed è questo il bello: dopo trent’anni, gli AFI riescono ancora a farti chiedere chi diavolo siano.