La ciabatta giusta per schiacciare i vostri acari immaginari.
Avete presente quella sensazione di quando siete sdraiati a letto, con gli occhi spalancati alle 3:47 del mattino, convinti che qualcosa vi sta camminando su una gamba? Probabilmente è solo senso di colpa, angoscia latente o il residuo psichico di quel messaggio a cui vi siete dimenticati di rispondere sei mesi fa – ma, per sicurezza, meglio avere il Raid a portata di mano, giusto? Ecco, gli Shower Curtain (band di stanza a Brooklyn, guidata dall’artista brasiliano-americana Victoria Winter) non solo ce l'hanno presente: con questo singolo la prendono per le zampette e la amplificano grazie a una spinta di distorsione, sarcasmo e a un giro di basso nascosto sotto che sembra abbia tutta l'intenzione di masticarti le doghe in legno.
Bedbugs riesce a distillare l’ansia profondamente specifica delle infestazioni invisibili in un inno paranoico e pieno di fuzz, che parte dal cocktail alla base del debutto Words from a Wishing Well (fatto di malessere, nostalgia e troppi scontrini da pagare tipico dell’età adulta), e ci inzuppa un'oliva grossa così fino a farlo traboccare in maniera nevrotica e pruriginosa.
Musicalmente siamo dalle parti di un grunge – se il grunge fosse cresciuto, avesse trovato lavoro in una galleria d’arte e continuasse lo stesso a rifiutarsi di affrontare i propri traumi – rimasticato in salsa shoegaze: quell'alternative di fine anni '90 che ultimamente ha ritrovato una certa verve grazie a gente (tutte band prevalentemente al femminile, chissà se è un caso) come Wednesday, Bully, Horsegirl. Ma anche i fan della prima St. Vincent apprezzeranno l’eccentricità dei testi avvolta in un’angoscia lucidissima, mentre chi ha scavato nei lati più instabili della discografia di Courtney Barnett ritroverà la stessa energia apprensiva, ma con meno logorrea di contorno. Il cantato oscilla tra l’etereo e l’irritato, dando voce a quella spirale di pensieri ossessivi che inizia con un morso sospetto e finisce in una crisi esistenziale completa. Il tutto accompagnato da riff serrati e fangosi e da una batteria che sembra voler scrollarsi di dosso le piattole (in senso buono).
Il videoclip, diretto dalla stessa Winter, abbraccia pienamente l’assurdità di un horror homemade, un thriller domestico con un villain a sei zampe e un avvertimento: molto spesso il mostro sotto il letto è più una metafora che un vero inquilino del materasso. È Kafka nell’era dei content creator, solo con un’illuminazione migliore e un ritornello che scivola via irresistibile come uno spruzzo di Autan sulla pelle la mattina presto.
Eppure, ciò che rende Bedbugs davvero apprezzabile non è solo la sua coesione sonora o l’estetica da panico lo-fi – per quanto entrambe riuscitissime – ma il modo in cui riesce a cogliere una verità millennial universale, benché raramente sottolineata a dovere: a volte sono le cose più piccole (reali o immaginate) quelle che ti mandano a tappeto sul serio. E se proprio devi andare in pezzi nel cuore della notte, tanto vale farlo con una canzone così. Chiamatelo post-punkettino. Chiamatelo noise-poppetto. Chiamate Giorgio Mastrota per controllare le cuciture del vostro materasso losangato. Comunque vada, gli Shower Curtain sono qui per mettervi a disagio senza impegno, nel modo meno traumatico e più catartico possibile.