Sempre più acuminati.
Che gli Shame abbiano lasciato andare in maniera piuttosto naturale quel velo di seriosità radicato al revival post-punk degli ultimi anni pare piuttosto evidente: l'impeto oscuro e inquieto di Dust on Trial? Tolto di mezzo. Drunk Tank Pink? Ormai acqua passata.
Già Food for Worms, pur restando inevitabilmente ancorato a certe sonorità che hanno rappresentato lo starter dello Shame sound, faceva intravedere i semini di questa migrazione verso i lidi di un rock più incisivo e, in fin dei conti, più cazzone.
Cutthroat prende il testimone di questa mutazione, va a maneggiare le chitarre proprio come faceva Six-Pack: senza scrupoli e mandando a quel paese il portamento enigmatico del "lato oscuro" della crank wave.
Charlie Steen, ormai frontman e one man show, tira a lucido i consueti boxer dorati e inizia la mattanza – se li avete visti live in apertura ai Fontaines D.C., buon per voi. Altrimenti recuperatevi qualche loro esibizione infuocata sul Tubo.
Cutthroat incorpora le fattezze del perfetto apripista in sede live, tanto concisa, essenziale e dritta in faccia è la nuova traccia dei londinesi: il riffone ossessivo e martellante scolpito da Eddie Green, il testo scanzonato che custodisce un prezioso dito medio direzionato ai cunts che ci circondano, il refrain balsamico e ancheggiante che lascia sospirare le chitarre roventi.
Insomma, l'alt rock degli Shame pare prendere sempre di più le distanze da tale prefisso, trapiantandosi inevitabilmente sotto quel classicheggiante cupolone con su scritto "britpop". E a noi piacciono lo stesso, sempre e comunque.