Ricorda cosa disse il ghiro: nutri la mente!
La discografia oggi si muove così rapidamente che, nel momento in cui dopo qualche ascolto il malcapitato scribacchino decide finalmente di buttare giù due parole su un singolo, già è tardi. Come in questo caso. Certo che se ormai il trend è quello di fare uscire sì un album, ma un pezzo alla volta, più di un po'il poveretto recensore non può fare. E pazienza, finché ci saranno umani – con tutti i limiti dell'essere tali, ma perlomeno reali – e non intelligenze artificiali a scrivere gli articoli (oh beh, qualcuno già lo fa, purtroppo – shame on you, piuttosto il nulla, maledizione) il lettore vorrà avere pietà, si spera.
Quindi, questo non è il singolo più recente del secondo album dei Froot, ma non ha nemmeno chissà quanto tempo, e fotografa comunque in maniera abbastanza fedele gli intenti sonici della band di Hull, nello Yorkshire, Inghilterra. Non è dato sapere se oltre i suoni, l'abbigliamento e le atmosfere, i Nostri seguano anche la stessa dieta a base di sostanze illegali, di certo la loro rilettura della psichedelia a cavallo tra i Sessanta e i Settanta è efficace e sognante quanto basta, riuscendo a mischiare sapientemente intuizioni british con divagazioni più West Coast made in USA, il tutto ben imbevuto di acido lisergico homemade dalla qualità dubbia ma dalla letalità assicurata.
È un bel trip nel passato, quello dei Froot, capace di rapire quanto basta per non sembrare in tutto e per tutto una mera copia: al massimo hanno la sfacciataggine tutta inglese di rendere evidenti le influenze mettendoci davanti un bel "e sticazzi".