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Planet Funk: I Get a Rush
Appena riemersi dal sottoscala degli anni 2000
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Il futuro era vent’anni fa.

Ci sono gruppi che invecchiano. E poi ci sono i Planet Funk, che invece tornano. Ogni volta come se il tempo non fosse passato, ma con addosso tutte le pagine di calendario che servono per avere bene in mente dove andare a colpire. Forse non ve ne siete accorti, ma a inizio anno pareva di esser stati rimbalzati nel 2002, visto che in vetta alle classifiche c’erano ancora loro, con l’inedito Nights in White Satin, perché certi brutti vizi (tipo saper scrivere canzoni di successo, direbbero i radical chic) sono difficili da togliersi. 

I Get a Rush, il nuovo singolo pubblicato in occasione dei venticinque anni della band, è il seguito perfetto per ribadire che quella non è stata una ricomparsa sporadica. Perfetto non perché ripeta una formula, ma perché la aggiorna senza rinnegare nulla.

Inizia con un giro di synth lardosissimo che potrebbe stare tranquillamente in Non Zero Sumness, ma ha la brillantezza sonora che pretendono i giorni nostri: ariosa, calibrata, trascinante. La voce entra come un’ipnosi, e quando parte il beat, ci arriva in faccia diretta quella sensazione inconfondibile di corsa in autostrada a 140 all’ora, con l’alba che filtra dai finestrini. È dance, certo. Ma è quella dance che ti fa venire voglia di pensare, non solo di muovere il culo. Una dance che di nuovo spalanca una dimensione diversa, dove la cassa in quattro non è intrattenimento e basta, ma tensione, atmosfera, spinta visionaria. Suona attuale, pur conservando tutto il DNA "Planet Funk": il gusto melodico, la propensione al dettaglio digitale elegante, la produzione rigorosa eppure mai sterile. Nessuna trappola vintage, nessuna nostalgia venduta in saldo: questo è un pezzo che sa da dove arriva, e sa perfettamente dove vuole andare.

Collettivo multiplatino tecnicamente italiano, ma internazionale più per progettazione che per imitazione, eccoli allora di nuovo in pista – sotto questi chiari di luna in cui tanta elettronica si è persa in loop autoreferenziali o furbizie algoritmiche – con un brano che ha ancora un’idea chiara in testa: emozionare con il ritmo, costruire uno spazio mentale, farti sentire altrove.

Scritto poco prima del doloroso addio a un altro dei membri fondatori (dopo Sergio Dalla Monica, Domenico “GG” Canu), guarda più a White Light White Heat dei Velvet Underground («A white light rush / White heat when I touch that stuff») che a una casuale omonimia bonjoviana, mentre ci invita a darsi una svegliata, cogliere l’attimo e a godersi la vita (magari facendo a meno delle anfetamine prescritte a suo tempo da Lou Reed), non senza prima averci ricordato che dobbiamo morire. Come Troisi, ma dal balcone del Tenax.

C’è una classe non da poco dietro a roba come questa: la capacità di costruire euforia senza alzare la voce, di accelerare senza fartelo pesare, per darti esattamente quella spinta che cercavi, ma con la maturità di chi ha fatto il giro e sa bene dove mettere le mani.

Anche se fa fico dirlo, nessuno torna per rianimare un’epoca. Men che meno un’epoca come questa: sarebbe produttivo quanto prendere a calci in bocca un cavallo stecchito. Alex Neri, Dan Black e compagni si limitano a dimostrare che un certo modo di fare musica da discoteca – intelligente, emozionata, moderna senza essere modaiola – può esistere ancora. E non perdere un grammo del suo originario appeal.

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