La principale candidata a donna dell’anno.
Sono già più di quindici anni che Lorde, al secolo Ella Yelich-O'Connor, gioca a ridefinire i canoni pop rock partendo dalla sua Nuova Zelanda. Ogni suo ritorno nasconde in tre minuti di musica mondi e visioni che riempiono e colorano una strada personale al successo, dimostrando come qualità e fruibilità siano ambiti che si possono sposare a un livello altissimo.
Man of the Year è un brano (e un videoclip) ancora una volta cruciale: identità, personalità, sciatteria e onestà, amore, accettazione. Lorde si fascia i seni con del nastro adesivo per coprire uno degli ultimi tabù di questo millennio, areole e capezzoli femminili, per poter danzare e ballare liberamente sulla sabbia.
Tutto è compresso, molto pop, ma insieme profondo. Un attacco dove una musica lieve e plastica sostiene una voce che è insieme soul e blues. Un lento crescendo strumentale nel quale si sentono influenze neoclassiche. Un ritornello dove Ella sembra stringere solo leggermente la propria voce caricandola d'enfasi, prima che ogni cosa si trasformi in un momento laccato e toccante.
Poi, dove tutti si aspetterebbero un nuovo attacco, una continuazione o una conclusione arriva il silenzio. Man of the Year è già conclusa, lasciandoci la voglia di approfondirla, di ascoltarla, di scoprire ancora una volta un altro brano di Lorde che segna il proprio tempo. «Si può fare!» urlerebbe a questo punto Frederick Frankenstein, e chi siamo noi per contraddirlo? Il pop costruito bene è la cosa più bella del mondo e Lorde è una delle migliori artigiane dell'ambito.