Elettronica e jazz: una questione di chimica.
Intitolare un brano leggero, salterino e aereo come un elemento superpesante sintetico? Fatto.
Da Chicago, trentacinque anni dopo, i Tortoise ritornano (su !K7 e International Anthem – dici poco!) con un brano che unisce jazz, sintesi elettronica e un senso del ritmo impagabile, che ascoltarlo è come rimirare le linee nascoste del mondo e la geometria che regge ogni cosa. Non c’è nessuna casualità nella loro musica, ma solo la capacità di far danzare elementi incastrati alla perfezione, secondo un preciso disegno, immergendoli in una bagna soul, che ci stringe a sé diventando acida e morbosa nel finale, quasi svelasse sotto a questa pelle liscia e setosa una faccia insospettabile e cruenta. Sono soltanto poco più di tre minuti, ma rischiano di essere un salto verso qualcosa di insperato e potenzialmente bellissimo. Gli strumenti lavorano in maniera coesa mantenendo la velocità di rotta senza mancare però di mostrare la propria personalità, la propria spezia a servizio del collettivo.
Ci sono mancati, ma del resto le tartarughe sono sempre andate con calma: forse ci stupiamo perché siamo abituati a correre con i ritmi di un mondo stressato, quando sarebbe bastato aspettarli, magari allenando i giusti passi di danza da abbinar loro.