Cercare la salvezza tra il fuoco di città abbandonate e un bluegrass che non ha mai smesso di suonare.
Risale al 1930 la versione originale di When the World’s on Fire registrata dalla Carter Family. In un crudele interstizio temporale, piantato nel cuore della Grande Depressione, quel bluegrass aveva il sapore della terra in bocca masticata insieme alle parole di una preghiera gospel. A riascoltarla oggi sembra quasi di essere sfiorati dal passaggio di spiriti antichissimi che bisbigliano alle nostre orecchie parole in una lingua sconosciuta. Quasi un secolo dopo Marc Ribot riprende il brano facendolo diventare singolo per il nuovo album Map of a Blue City in uscita il prossimo 23 maggio per la label New West Records.
In realtà si va oltre il concetto di semplice cover, trattandosi di una decostruzione in chiave personale sia della musica che del testo, implementato con una scrittura che appare quasi più antica del testo originario. Ribot non ha alcun intento di attualizzare il traditional, bensì esibirne e valorizzarne rispettosamente un immutato sincretismo con il presente. Ogni ritmo è rallentato, svuotato da quello stomp che conferiva un incedere solo in apparenza ingenuo.
Adesso la musica diventa un folk permeato dai fantasmi di Steinbeck e da tutta quell’umanità derelitta che si aggira senza direzione nelle periferie di città abbandonate. Tutto si fa più dolente: la voce di Ribot e le sue dita sulle corde della chitarra acustica servono a intonare una dolce litania apocalittica per un mondo morente, avvolto dallo stesso fuoco che continua a divorarlo, allora come oggi. Se la Carter Family cantava l’inno di un Dio accogliente sotto la sua ala protettiva, oggi per Ribot quello stesso Dio non dà più risposte e, soprattutto, non può più salvare nessuno. Forse perché il futuro è scritto nell'interlinea di qualche vecchio spartito da suonare ancora e ancora.