Il futuro del No Future.
Si potrebbe discutere per anni sul perché certa musica faccia fatica a uscire da alcuni Stati e invece abbondi in altri. Eppure la risposta è semplice e banale: tradizione. Perché se sei un valido compositore indie-rock con un occhio ben piantato sul punk ma stai a Monaco di Baviera (o Roma, o Nizza, o Madrid, e lasciamo perdere la provincia) c'è poco da fare: i riflettori non saranno mai puntati su di te nemmeno per un secondo e l'humus nel quale muoverai i primi passi sarà totalmente impermeabile alla tua proposta.
Quindi da una parte fa sorridere che i Molotovs vengano (pensa un po') da Londra. Lì nessuno se la mena se ti fai la gavetta suonando cinquecento concerti in quattro anni (è così che si impara a stare sul palco: standoci), girando per tutti i club del continente, supportando Blondie e Libertines e facendo anche svariate date europee senza un disco in tasca (anche in Italia, il dicembre scorso). Perché, insomma, che li hanno fatti a fare i cellulari e i social altrimenti (capito Tobias?)? Presenti il nuovo singolo in live improvvisati davanti a Sister Ray a Soho e, dato che se sei pure bravino, il passaparola arriva anche alle vecchie guardie come Billie Joe Armstrong che tesse le tue lodi e allora a un concertino non viene (sia chiaro, grandissimo artista, ma capiamoci) Tullio De Piscopo a fare la comparsata alla batteria bensì il tuo nuovo amico Paul Cook dei Sex Pistols. Lì è normale, tutta la musica che per noi è "diversa" a Londra ha radici che partono dagli anni Sessanta: non solo è tollerata, è proprio un fiore all'occhiello per una regione intera.
Bisogna essere onesti, il debutto discografico dei Molotovs è una bomba (no pun intended), perché lo hanno suonato per tre anni dal vivo arrivando alla perfezione e in un modo che per noi è alternativo mentre per loro è tradizionale. Riprendono in mano il rock degli anni Settanta e Ottanta, mischiando urgenza punk e stilosità Mod, con uno sguardo verso il britpop meno leccato e il solito, imbattibile gusto estetico che li fa apparire sempre tremendamente cool sopra e sotto il palco.
Questo è More More More: un bigino della musica chitarristica made in UK sputato al mondo da due giovani bellocci e vagamente sfattoni che suonano come se ne dipendesse la loro stessa vita, tipo un cameriere che perde l'equilibrio, ma non vuole rovesciare le quattro pinte giù per le scale, non tanto per non sporcare, ma perché sarebbe immorale.
Londra ha un nuovo (l'ennesimo) nome su cui puntare, e noi – che culturalmente abbiamo seminato male, malissimo da quel punto di vista – non possiamo fare altro che rassegnarci e stare a guardare. Segnateveli: ne sentiremo parlare a lungo.