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I Cani: Nella parte del mondo in cui sono nato
Velleità da ritrattista
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Non è un paese per cani.

«Nella parte del mondo in cui sono nato / l’età media è quella in cui eri già morto nel passato». Una di quelle frasi che ti arrivano addosso dritte e silenziose, come un tram alle 6:30 del mattino in una città dormitorio. Nella migliore delle ipotesi ti sveglia e ti butta subito nella nebbia. Nella peggiore, ti tira sotto le ruote direttamente, prima che tu ti renda conto che l'ennesima, solita giornata è iniziata. Lapidaria, nel senso di lapide.

Ecco, se dovessimo ridurre questo improvviso ritorno de I Cani a una sola riga, sarebbe già tutto lì. Post mortem infatti è un titolo ancora una volta intelligentemente paraculo: all’apparenza immediato, comprensibile e di facile interpretazione, ma come al solito falsificabile a piacimento, nel senso di Popper. Per esempio, è tutto meno che resurrezione. Piuttosto, la consapevolezza di essere morti. O meglio, non-morti, nel senso di Game of Thrones. Che comunque è già un buon punto di partenza. La consapevolezza in generale, dico. E Niccolò Contessa, di consapevolezza, fin dagli inizi, ha dimostrato di averne non poca. Pure troppa, direbbe qualcuno. Ma sono i soliti radical chic. 

Nella parte del mondo in cui sono nato butta lo sguardo ben oltre la Roma Nord del sorprendente album d’esordio, per macerare nella nostra cassetta delle lettere come una cartolina senza mittente da un paese che non sa più nemmeno che cosa stia aspettando. O forse dovremmo dire: che non sa più se deve aspettarsi qualcosa. 

Una electro-wave tirata e scurissima, come in un potenziale remix dei Suicide a opera degli LCD Soundsystem. Basso che rimbomba su dal centro della Terra, chitarre scorticate che sembrano synth abrasivi e synth scorticati che sembrano chitarre abrasive, drum machine secchissima che oscilla dal canale destro al sinistro e ritorno come a prendere a piccoli schiaffetti un cadavere, senza riuscire a riportarlo in vita. Il ritmo è meccanico e incalza, ma ogni parola è una piccola, inesorabile crepa nel pavimento. Nessuna traccia di tensione emotiva nel cantato: è come se ti leggesse in faccia una diagnosi, senza enfasi e, soprattutto, senza nessun accenno alla cura. Il risultato è straniante: la canzone ti spinge avanti, ma quello che racconta ti tiene ancorato. Non un brano introspettivo, né una cartolina sociologica. Un pezzo senza via d’uscita, ma da ballare sul posto. E il posto, nello specifico, è il fondo del barile.

Non c’è cinismo, e nemmeno rassegnazione. Solo una limpidezza nuova. Ormai quasi quindici anni fa de I Cani non si sapeva niente. Ti chiedevi cosa fossero: un gruppo vero e proprio? Una one-man-band? Un progetto (qualunque cosa volesse significare il termine)? Uno scherzo? Erano una mappa di nevrosi urbane disegnate a mano libera, e forse proprio per questo hanno fatto il botto. Poi sono diventati una voce, una postura, un simbolo involontario – dell’indie italiano, del "generazionale", dell’estetica di quei cazzo di anni ‘10, fate voi. È lì che Contessa si è fermato, risucchiato in un buco nero di (pressoché totale) silenzio. Riappare in parte trasfigurato, quasi spigoloso, con in mano il referto di un’autopsia, forte della scrittura di chi non deve più giocare a nulla, con la semplicità chirurgica di chi ha smesso da tempo di voler impressionare qualcuno (ammesso che abbia mai voluto farlo, dubito). Né ironia, né denuncia: solo constatazione.

Una polaroid scolorita indistinguibile da un filtro di Instagram, trovata dentro una scatola da scarpe riciclata su Vinted, con una dedica sul retro che dice “andrà tutto bene”. E invece no.

i cani niccolò contessa 

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