Forever rebel.
Ora, già essere il ghigno più famoso del mondo rende William Michael Albert un'icona. E a un'icona, soprattutto quando si avvicina ai settanta (il 30 novembre 2025 il nostro raggiunge le sette decadi di decadenza su questa Terra), che gli frega di essere innovatore, sperimentale, sempre avanti? Insomma ognuno ha il suo ruolo, no? Di Brian Eno ce ne sono abbastanza, è di Billy Idol che il mondo ha bisogno! Nel suo stile inconfondibilmente cazzaro e sopra le righe, come il bullo di paese che ce l'ha fatta e che non perde occasione per sbattertelo in faccia. Poco importa che ormai potrebbe essere tuo padre (o tuo nonno): lui sarà sempre cool, come Iggy e pochi altri.
Still Dancing è ruffiana già dal titolo, richiamando nemmeno tanto velatamente quella Dancing with Myself che, prima nella versione dei Generation X e poi nella sua rilettura all'americana, ha spalancato le porte dello stardom all'ossigenato più famoso del punk (perlomeno a livello di immagine). E bisogna ammettere che anche a livello di suono siamo lì, una specie di autovampirizzazione che sbrodola Rebel Yell da tutte le parti, ma, diamine, quanto fila bene e come rimane incredibilmente riconoscibile.
Ecco allora che il critichino deve anche fare i conti con lo stomaco: perché no, Still Dancing non è un capolavoro e odora indubbiamente di autoplagio, ma insomma, come si fa a resistere al riffing inimitabile di Steve Stevens mentre Billy declama uno dei suoi soliti testi alpha che più alpha non si può? Al cuor non si comanda, e che il tuo continui a battere ancora a lungo, William!