Quando hai già vinto, non ti resta che giocare con i fantasmi.
C’è stato un momento in cui Little Simz sembrava sul punto di prendersi tutto. Sometimes I Might Be Introvert – un album enorme in ogni senso: orchestrale, cinematografico, ambizioso – aveva messo subito in chiaro le cose: Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo era avanti anni luce rispetto a chiunque altro nel rap britannico (e non solo). A quel punto, avrebbe potuto trasformarsi in una star da festival, buttarsi sborona nel pop da classifica sicura che la critica l’avrebbe assecondata. Grazie a Dio, ha scelto un'altra strada. Fedele al gioco di marzulliana memoria "si faccia una domanda / si dia risposta", un anno dopo ci ha mollato NO THANK YOU, una roba fredda e arrabbiata, buttata lì all’improvviso, quasi senza promozione, senza singoli, senza – qui sta il punto – il bisogno di convincere nessuno.
E ora Flood, quasi a dirci che – di nuovo – Little Simz è tornata, ma non come te la aspettavi. Cupa, rituale e ossessiva. Suggestiva e ipnotica al pari del video in bianco e nero girato da Salomon Lightelm e impreziosito dalla fotografia di Rina Yang. Una neo-favola dark fitta di citazioni teatrali e cinematografiche (Macbeth, Giovanna D’Arco, Dracula – solo per nominare quelle più facili da scovare) in cui la rapper e la sua controparte maschile – entrambi vestiti da toreri – sono intenti ad affrontare i propri demoni interiori piuttosto che un simbolico bovino cornuto. È un duello psicologico a (non troppa) distanza che mescola simbolismi religiosi e tribali, materialismo spicciolo e repressione politica, afro-gothic e retro-fantascienza. Una riaffermazione di resilienza e rinnovamento allo stesso tempo, giocata su una base che di rap ha ben poco: basso dritto e pattern ritmico pulsante, per un esplicito live-band feel. Quasi più un post-punk vagamente posseduto da un demonio con il ballo di San Vito, come dei Portished con i coglioni girati o un Ghostpoet in fissa trip hop.
La tecnica soul di Obongjayar fa da perfetto contraltare etereo al flow ruvido e tagliente della rapper anglo-nigeriana, mentre Moonchild Sanelly si inserisce con brevi filastrocche che sembrano quasi mantra satanici provenienti da un altro pianeta. Non che ce ne fosse esattamente bisogno, ma se vogliamo chiamarle ciliegina sulla torta, ben vengano.
D’altra parte, Little Simz è sempre stata troppo fuori dagli schemi per incastrarsi in un concetto così banale come quello di categoria, troppo fluida per stare dentro una scena. L’abbiamo provocata chiamandola "sperimentale", e lei ci ha risposto per le rime sporcandosi le mani di nu jazz, synth rock e London grime. Ma il fatto è che la versatilità non è una cosa che si insegna, o che si impara. Little Simz è una di quei musicisti così naturalmente curiosi e artigianalmente dediti alla propria creatività da riuscire a mescolare influenze senza perdercisi dentro, e questo grazie alla sua solidissima e coerente identità artistica. Flood è l’ennesima dimostrazione che può essere quello che vuole, quando vuole. Se non riuscite a seguirla, il problema è solo ed esclusivamente vostro.
little simz obongjayar moonchild sanelly little simz (feat. obongjayar & moonchild sanelly)