C’è vita dopo gli anni Novanta, e sono ancora gli anni Novanta.
Nuovo singolo composto dal duo formato da Stephen Harrison e Aric Improta (entrambi ex membri dei Fever 333), Afterlife non è solo una traccia. È un manifesto sonoro, un grido di resistenza contro l’omologazione e la disumanizzazione della società moderna. Servivano loro per capirlo? No di certo. Però è sempre meglio se a ribadire il concetto è gente che ci sa fare. Verso l'afterlife e oltre, Buzz Lightyear insegna.
Con la consueta combinazione di sonorità elettroniche taglienti, riff metallici che ruggiscono come motori industriali e una batteria che martella incessantemente il groove dello scapocciamento, il nuovo singolo del duo americano ci piace parecchio: denuncia la monotonia del quotidiano, la sensazione di impotenza che molti di noi provano in un sistema che sembra non volerci dare tregua, con rimandi al nu metal e ai fatidici anni Novanta, patroni di questo genere di ecosistema, la cui eco rimane indelebile.
Visivamente surreale e pulsante della massimizzazione dell'energia da sala prove, il video si sviluppa come un’epopea distopica, metanarrativa e quasi lynchiana nel suo doppiogiochismo di prospettive e nelle frustate in pelle che scandiscono le battute. Una controparte visiva, dunque, che si colloca bene con quanto detto dal sound.
La forza di Afterlife è anche questa: riesce non solo a mantenere viva la tradizione hardcore, ma a rinnovarla, a spingere i suoi confini con l’uso di elementi elettronici che non annacquano, ma potenziano il messaggio di resistenza. A che cosa poi non è poi tanto difficile dirlo. Così come non è facile, dopotutto, essere così fuori da quello stesso sistema che ti porta a inseguire tutto ciò che non vorresti e a cui, però, sei destinato fin dalla nascita. Bisognerebbe davvero pensare oltre, verso un afterlife che, nonostante tutto, può ancora essere del tutto umano. Sperando che la colonna sonora resti di questo calibro.