Salta al contenuto
Divorce: Where Do You Go
Cani(n)di(e)
| Lo leggi in 3 minuti

Anche le crisi esistenziali meritano il giusto ritornello.

Piombati nel nostro cortile direttamente da un pianeta che sta a metà tra i Pavement e una lite di coppia spiata da dietro la porta, i Divorce, poche settimane fa, ci hanno lasciato sotto lo zerbino – senza prendersi nemmeno la briga di suonare il campanello, manco fossero un corriere di Amazon – uno dei debutti più interessanti di quest’anno.

Il quartetto di Nottingham scompone l’indie-rock con una sfacciataggine che ci riporta indietro a prima che "indie" diventasse un’etichetta buona per tutto: suona fuori tempo, fuori fuoco, ma sincero al pari di un vino novello schifato dai migliori sommelier. Nervoso, storto, pieno di domande senza risposta: il percorso visto dall’alto di una macchina scassata che arranca su uno sterrato di campagna, con dentro due persone che si amano, si odiano e si dicono in faccia tutto quello che (non) si dovrebbero dire. 

Se il paragone non rende l’idea, provate ad ascoltare questa Where Do You Go. Un brano che sembra perdere i pezzi mentre va avanti, una canzone che si tiene in piedi per miracolo, giocando su una tensione continua: non esplode mai davvero, però nemmeno si scioglie. È un loop di indecisione perfettamente costruito, un equilibrio precario tra affetto e fastidio, tra chitarre sbilenche che accennano alla melodia mentre flirtano con la distorsione e ritmiche che paiono pronte a sgretolarsi nel loro incedere da marcetta di burattini, allo stesso tempo marziale e insicuro. Parla di distanza emotiva con il tono di chi cerca di sdrammatizzare, ma sotto sotto sa che c’è qualcosa che non torna. Suona meravigliosamente incompiuta proprio perché non cerca di essere più grande di quello che è: tre minuti scarsi di dubbi e malinconia, raccontati con la leggerezza di chi è ben consapevole che certe conversazioni si fanno solo per vedere cosa succede dopo.

Le voci di Felix Mackenzie-Barrow e Tiger Cohen-Towell si rincorrono e si sovrappongono con un’intimità quasi imbarazzante, più che alternarsi in un botta e risposta, si dicono le stesse cose senza capirsi, come un litigio sottovoce, come una terapia di coppia in cui non sei obbligato a mettere sul piatto i tuoi sentimenti e allora – quasi per dispetto – è proprio la volta buona che ti apri completamente.

Qualcuno l’ha definita brooding soul-searching introspection, che altro non è che un modo fico per spiegare quanto riesca a rendere una profonda titubanza esistenziale deliziosamente orecchiabile, al punto di candidarsi a colonna sonora per tutte quelle volte in cui avete vagato in giro per il vostro appartamento alle due di notte, contemplando perplessi discutibili scelte di vita, incerti se continuare a bighellonare sognanti tra cucina e camera o iniziare a riorganizzare aggressivamente la libreria e la collezione di CD, in rigoroso ordine alfabetico ma ancora indecisi se per autore o per titolo. Un pezzo che racchiude in sé tutta l’essenza della vita moderna: un po’ confuso, leggermente ansiogeno, ma indubbiamente catchy. L’equivalente musicale del concetto di "ridere per non piangere", che poi è esattamente l’unico trucco buono per tirare a campare senza rimanerci sotto.

divorce tiger cohen-towell felix mackenzie-barrow 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 8 persone!