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Siamo tutti fregati: chi più, chi meno.

Immaginate qualcosa che sta a metà tra post-punk e noise rock, con quel tocco di indie che non guasta mai, qualunque cosa significhi. Un incrocio fra gli ultimi Daughters e gli Arctic Monkeys. La linguaccia affilata dei Fall sbucciata dalle lame minimali degli Shellac. I primi Biffy Clyro se non avessero mai smesso di ascoltare i Jesus Lizard. Troppo difficile? Allora provate con i DITZ, giusto per farvi una vaga idea. Ma solo vaga, appunto. 

Quindi partiamo dai dati di fatto. C’è della meravigliosa puzza di morto che sale dalle acque lerce del porto di Brighton, ed è un gran bel sentire. Perché, se da un lato è vero che i giornali gonfiano sempre le cose e che in ogni strada di ogni paese c'è un nessuno che sogna di diventare qualcuno, dall'altro l’ascesa inesorabile della band inglese nel panorama internazionale non è una coincidenza, e men che meno un colpo di fortuna. C’è del lavoro, dietro: gente che si è fatta (e continua a farsi) un mazzo così. Cal Francis e soci sono in tour senza sosta da quattro anni buoni (e che tour! Chiedete agli IDLES, o a chi li ha visti dal vivo – nello specifico, chiedete di farvi vedere i lividi sul costato) ed è obiettivamente incomprensibile come siano riusciti a scrivere quasi esclusivamente on the road (e registrare con tale accuratezza) un disco come Never Exhale, che semplicemente asfalta il pur ottimo debutto The Great Regression. Alla faccia del "difficilissimo secondo album".

Suona radical chic, messa così, ma è musica per ascoltatori intelligenti: canzoni semplici che nascondono strutture intricate, layer su layer, dipinti con pennellate brusche e inquietanti. Soundscape tormentati, corrosi da un attrito di fondo che costantemente chiede aiuto – invano – a una mai presente vaselina. Linee di basso che son tutte grasso che cola, così scure che in confronto fanno sembrare The Holy Bible dei Manic Street Preachers un disco bubblegum-pop. Chitarre che sanno rimbalzare da riff schiacciasassi a filastrocche sadiche, stoppate sulle corde acute come fossero un prurito che non arrivi a grattare. Testi politici e personali allo stesso tempo, sempre sul filo di una classica ironia british che non disdegna i calembours («I see the taxi man doing taxidermy in the front seat while he's driving me around») e se li gioca, potremmo dire, più come shoutalong che come singalong.

Se un tempo erano Kate Moss, oggi sono un De Niro d’annata in giro sul sedile posteriore del suo stesso taxi, che parla con se stesso, è proprio con se stesso che sta parlando: dev'essere per forza con se stesso, visto che non c'è nessun altro. Come tutti noi del resto, ogni giorno, alla fine della fiera. E allora, che alternative abbiamo se non risalire in macchina, guardarci nello specchietto, e dirci di continuare a guidare?

ditz cal francis idles 

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