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Chalk: Pool Scene
Post-punk da bosco e da scogliera
| Lo leggi in 3 minuti

Non solo chitarre sotto il cielo d’Irlanda.

Se il mondo finisse domani in un rave industriale dentro un parcheggio sotterraneo, qualcuno metterebbe su Pool Scene dei Chalk e nessuno noterebbe la differenza tra l’apocalisse e l’ennesimo venerdì sera. Il trio di Belfast salta fuori dalla fitta coltre di post-punk chitarristico, che ormai sembra marchio imprescindibile della musica gaelica, come un’inaspettata scheggia di tensione elettrica che potrebbe essere la colonna sonora di una telecamera di sorveglianza impazzita: basso ossessivo, batteria che picchia come una porta chiusa in faccia, synth che suonano come sirene di emergenza lontane.

Il punto principale è proprio quello: sarà che l’Irlanda del Nord non è esattamente Irlanda come la intendono quei fighetti di Dublino, ma i Chalk sembrano usciti da un angolo tutto loro: nessuna apparente intenzione di fare casino come se il rock da pub fosse la cosa più necessaria del mondo, nessun pesante accento gridato o distorsione da hangover. Niente romanticismo sporco da cantare a denti stretti, niente riff crudi sbatterti sul grugno: solo un senso di paranoia che pulsa, nei synth, nelle ritmiche, nella voce baritonale da piccoli Editors che stanno crescendo. Più vicini ai Working Men’s Club che ai Fontaines D.C., più techno-decadenti che rock’n’roll, più cemento e neon che giacche di pelle e birre calde, sono Grian Chatten che canta su una base dei Leftfield, ma nella stessa band.

Gente che non ha fretta e si sa prendere il suo tempo: una trilogia di EP spalmata su tre anni scarsi che si è appena conclusa con l’ultimo capitolo, in cui Pool Scene si inserisce come una mosca bianca (o forse dovremmo dire una mosca ancora più nera del resto). Nel bel mezzo di un mix di elettronica slabbrata e sfuriate industriali che sembrano prese da un party andato a puttane, lei rallenta e si prende il suo spazio. Non c’è la stessa impellenza, non c’è la stessa voglia di menare sui beat dall’inizio alla fine. È il momento in cui la telecamera smette di tremare e invece si avvicina lentamente alla faccia del protagonista, lasciandoti nel dubbio se stia per dire qualcosa di importante o solo per sputarti sull’obiettivo. Pool Scene non è il pezzo che ti butta nella mischia, è quello che ti fa guardare la mischia da fuori con il cuore in gola.

Magari è solo suggestione, ma sapere che è stata registrata in Islanda, a pochi chilometri da un vulcano in eruzione, aiuta a darle un’aura ancora più inquieta. C’è davvero quella sensazione di qualcosa che ribolle sotto la superficie, di un evento catastrofico che incombe senza mai arrivare davvero. Pool Scene è lava sotto il cemento, pressione che sale, un labirinto minimale senza via d’uscita.

Forse il pregio migliore dei Chalk è che sanno come far sembrare tutto urgente, anche quando spingono sul pedale del freno invece che su quello dell’acceleratore, anche quando viaggiano a velocità di crociera godendosi il panorama di queste quattro pareti scrostate, anche se a conti fatti non stanno inventando niente. Ma chi se ne frega, in fondo? La loro musica è fatta per piccoli loculi poco illuminati in cui i bassi ti rimbalzano sullo scheletro, per chi balla con le spalle al muro, per chi sbircia la pista da lontano e si chiede se avvicinarsi o meno. E, nel dubbio, parte il loop e non c’è più bisogno di scegliere.

chalk 

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