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Anche chi pratica il metal più efferato può soffrire, amare e aver bisogno di melodie soffuse e accorate.

Non è dal corpse paint che si giudica un cantautore, avrebbe detto Francesco De Gregori se gli avessero chiesto cosa pensa del black metal.

Già, perché l’ucraino Dmitry Marchenko – pur mettendosi nei panni del suo alter ego Këkht Aräkh e viaggiando ramingo fra capanne e metropoli nipponiche in felpa nera di satanica ordinanza – si esprime con un linguaggio emo che si esterna in un pop folk soltanto screziato da lontane venature rabbiose nelle lievi distorsioni di chitarra. Non è però lo stridore a colpire in questa composizione, ma il candore piuttosto, e il sentore di bisogno che Dmitry mette in scena, distante dal suo latrare romantico che aveva avuto luce ad esempio nell’ultimo Pale Swordsman del 2023 (sempre in casa Sacred Bones).

No, qui c’è un aprire il cuore in maniera diversa, cercando un colloquio con il casuale, con l’incontro fortuito del peregrinare. Con me, in questo caso e in maniera del tutto casuale, che – pur riconoscendo la bontà della sua precedente incarnazione – è in questa veste e con brani come Dröm Sång (la "canzone del sogno") che lo sento più vicino, al punto da pensare che qualcosa succederà: forse si limiterà ad attirare un nugolo di persone per poi spaventarle, abbaiando loro contro, di nuovo. Ma anche se fosse, ne sarebbe comunque valsa la pena.

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