Quanto può essere scarno il talento?
Da Oakland, Kathryn Mohr spegne le luci e inizia a suonare. Sono brividi quelli che ci corrono lungo la schiena, risvegliando sinapsi sopite da anni.
Take It è fondamentalmente un brano per voci e chitarra, ma oltre a loro ci sono spifferi di vento, vere e proprie correnti d’aria che sospingono una poetica espressiva e contorta dentro strascichi vocali che a tratti si rapprendono in parole. Il mood e l’intensità rivelano l'anima gotica e oscura (esce su The Flenser e ciò dice molto) di una cantautrice che il grunge lo ha masticato a lungo e (nonostante, o forse proprio per questo) riesce a esprimersi in catarsi.
Il tutto non può essere (e non è) meno che intenso, spettrale e torvo, ma soprattutto arriva onesto e sincero quanto le prime composizioni di un essere giovane e fragile. Waiting Room, il suo album d’esordio, contiene parecchie di queste chicche, ma Take It – con quei toni che si alzano a tratti come spiriti in cerca di una presa d’aria – è un vero colpo al cuore, che promette di stringersi a noi a lungo. Vorremmo preservarla così, nella sua essenza e senza troppe sovrastrutture, poco addomesticata e diffidente, ma è troppo brava perché non trovi chi lenirà la sua anima, così come sta facendo lei con noi attraverso la sua musica.