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Venus in Vegas: No Faith
Il patriarcato sullo sfondo
| Lo leggi in 2 minuti

Hard rock fatto a puntino.

Viviamo in uno stato di perenne alienazione. A casa ci raccontano un mondo e poi fuori ne conosciamo un altro. I genitori ci tengono al sicuro, sussurrandoci fiabe spaventose ma dal lieto fine. Una volta fuori, ci sono orchi a ogni angolo di strada e non è detto che noi ce la caveremo come Pollicino. Il rock'n'roll è uno strumento che ha sempre aiutato i ragazzini a tenersi forte, una volta scoperta la verità: là fuori è terribile e se non ti aggrappi a qualcosa, scivoli via nelle fogne.

I Venus in Vegas, nonostante il video in bianco e nero, casereccio e tuscolano, puntano alto verso i cieli stellati di una città di frontiera, di perdizione, di eccessi e di luci attraenti. Ci muoviamo come falene, imprigionati nella ritmica di un brano profondamente zeppeliniano, ma che non vuole celebrare il passato. Grandi riff sbriciolati in un mortaio. No Faith suona più come uno scuoterci dall'annichilimento di un'esistenza bigia, dove la città in fondo non deve essere esotica, sfarzosa e piena di lustrini per simboleggiare le fauci di Babilonia.

Non solo a Las Vegas, anche in un paesino di provincia affrontiamo la dura realtà. Ci insegnano che amare significa talvolta urlare e schiaffeggiare, prenderle e non muoversi, non fiatare. Ci dicono che Dio è buono e pronto a perdonarci, ma per cosa? Fin da piccoli ci sentiamo dire che è colpa nostra di qualcosa, ma non dobbiamo preoccuparci perché se ci pentiamo saremo accolti tra le grandi braccia del Signore. Poi la cosa più prossima a Dio, un altro signore vestito di nero, ci afferra e ci sottopone a strane carezze, strane forme d'amore. No Faith esprime – con l'ABC del rock duro, dal tribale primitivismo del cavernicolo Bonzo Bonham alle scintillanti clavate elettriche dei Mötley Crüe del disco con Corabi – la giusta rabbia che spinge a crescere senza perdere la voglia di sognare nuovi paradisi di peccato.

venus in vegas 

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