Una canzone che sembra la risposta solitaria del vento alle nostre azioni, una canzone da tenersi stretta.
Anche se mascherato, il ritorno di Troy Von Balthazar è sempre un avvenimento. Fratel Coniglietto si muove fra letti e paesaggi discosti, abbozzando movimenti che vanno dal Qi Gong a balli del tutto particolari, mentre con la sua inconfondibile voce (che vuol dire Hawaii, che vuol dire Chokebore, che vuol dire tormento interiore e mare d’inverno, che vuol dire surf) apre buchi nei muri e nelle porte.
O forse, semplicemente, stabilisce un contatto in vista di qualsiasi altra mossa. Non lo sappiamo, ormai è il tempo del martello e come tale ci tocca aspettare il colpo e subirne la botta, quella dell’eterna malinconia appagante che contraddistingue la musica di Troy da un paio di decenni a questa parte: sempre minoritaria ma comunque preziosa e indispensabile per chi voglia mantenere aperto un bagaglio di emozioni nella propria stanza, o magari appendere un quadro con una massima in salotto.
Chiodo, cornice e la scritta "Ho aperto un buco nel muro con il martello". A ogni modo, già un classico: fra il deserto, il suono e la maschera, quell’eterna sensazione di dramma imminente e di vento a sollevare la polvere che si fa paesaggio diradato riuscendo a veicolare emozioni e spleen.
Basta così, null’altro da aggiungere, solo silenzio e volume un pochino più alto, grazie.