Ritornare ai Metallica non è mica un peccato.
Il nome Sarcator non deriva da una lingua del Medio Oriente o dall'estremo Est europeo o una qualsiasi zona del mondo da cui nuove scene estreme stanno emergendo al grido di: «Tranquilli, siamo per l'omologazione!». Si tratta della contrazione di due brand noti del genere metallico: Sarcofago e Kreator. Questa fusione di monikers atta a crearne un terzo è anche la palese ricetta, almeno nelle intenzioni della band svedese, per omaggiare e seguire l'esempio di questi due numi imprescindibili. In fondo, i nomi Pink e Floyd derivavano dalle carte d'identità di due bluesmen ammirati dal gruppo inglese, che li mise insieme per chiamarsi in qualche modo e iniziare la propria rivoluzione sonora.
Nel caso di questi ragazzi non c'è in ballo nessuna rivoluzione musicale. Sono solo contenti di poter riproporre più o meno gli stereotipi dei gruppi da loro più amati, infondendo nella ormai trita riottosità antisistema del thrash e del black, l'energia che è tipica della loro giovane età. Nel metal non c'è un rigetto da parte delle nuove generazioni verso le vecchie scuole: l'avanguardia, che esiste, è solo un altro piccolo frammento della stessa gigantesca melassa nostalgica e ortodossista che oggi domina l'intera scena e che la congestiona.
Where the Void Begins, nonostante la nomea programmatica dei propri artefici, è più una traccia vicina allo stile dei vecchi Metallica e questo già sorprende l'ascoltatore perché, anche se parrebbe scontato a un profano, è raro trovare evidenti influenze di una delle band più popolari in ambito heavy. Sembra non essere assolutamente scusabile trarre esempio dal solo gruppo che è riuscito a portare il metal pesante alle masse, con le ovvie e non perdonate concessioni del caso. Eppure è proprio questa risonanza delle ritmiche squadrate e un po'sghembe di Lars Ulrich a dare uno slancio a un brano retro-maniaco come tantissimi altri e quasi un senso di freschezza.