Qualcosa che, in modo molto educato, finisce per condurci via dal grigiore mattutino del nostro dolorismo.
Ci sono pezzi deflagranti, che appena li fai partire ti aggrediscono, ti vogliono possedere o almeno ci provano. Poi ce ne sono altri che sembrano poco interessati a far breccia nel cuore del pubblico. Sono lì, attraversano il proprio piccolo percorso lombricale all'interno della grande mela, e quella mela, alla fine, scopriamo essere proprio noi. La canzone si è sinuosamente cibata dello spazio che ha prodotto, lasciando un percorso che solo essa può tornare a coprire.
I Cloth, duo scozzese dei gemelli Rachel e Paul Swinton, ricompaiono con questo singolo intrigante a un anno dal loro secondo album ufficiale. Lo fanno in punta di piedi, con una certa brava indolenza. Fingono di non guardarti, camminano in parallelo e si lasciano seguire come in un gioco seduttivo di antichi bambini.
Polaroid ha questa chitarrina post-punk su base nervosamente alternative. La voce di Rachel sussurra una melodia e poi un'altra, come se niente fosse, e intanto ci frega e lo sa. Il brano allenta la presa, poi la aumenta appena, come il tocco di un parente che ti è vicino ma non vuole disturbare troppo. Sa che stai passando un momento difficile, e lui c'è. Questo brano è così. Evapora verso il fondo della chiesa ma prima di andare ci sfiora e ci scalda appena: il giusto per permetterci di non raggiungere la temperatura di un cadavere.