Una vita sulla linea di demarcazione.
Ecco, i Cloakroom rappresentano una gemma rara che il sottoscritto custodisce con estrema gelosia, con le braccia strette forte, come a voler disintegrare qualsiasi rischio di una contaminazione dal mainstream: piccoli, raffinatissimi, meravigliosamente bravi a far roteare, come monetine tra le dita, mood, suoni e ambientazioni.
Time Well fiutava il buio nei suoi aneliti oscuri, gaze e ombre di bastioni sludge sullo sfondo: tuoni che Doyle Martin, frontman e fondatore della band, pare aver reindirizzato, dal 2019, nelle esigenze più elettriche dei Nothing, giunto a sostituire il pilastro Brandon Setta, senza farlo rimpiangere troppo.
Da lì, le storie sussurrate dei Cloakroom paiono ingentilirsi, trovare ampie boccate d'ossigeno e ineffabili campi aperti: il dream pop soffia via le nubi del passato, Dissolution Wave ci ricolloca in uno spazio-tempo sfuggente, dove i synth in riverbero spodestano gli echi più tenebrosi, riconsegnandoci un trio quasi totalmente mutato.
E pare continuare, questo flusso "smussante": ce l'ha accennato qualche mese fa lo splendido jangle pop – più terreno che mai – di Unbelonging, ce ne dà conferma l'ultima Bad Larry che àncora al suolo, definitivamente, il sound dei viaggi intergalattici del precedente capitolo discografico, estrapolandone solo il grande storytelling di Doyle Martin, ora a servizio di vite vissute, al limite tra realtà e fantasia.
Larry vive e muore secondo le sue ideologie e tempistiche, la sua aura si espande attraverso le linee di questo carezzevole ibrido che mesce folk, giri country, accenni di southern rock e vibrazioni indie, riaffacciandosi alle sensazioni distensive che la vellutata A Force at Play concedeva all'ascoltatore: ben diverse da tutto ciò che ha dato origine agli americani, ma così cangianti all'ultimo percorso intrapreso.
I Cloakroom parcheggiano la navicella, intersecano – musicalmente e liricamente – il mondo che ci circonda e ci regalano un Last Leg of the Human Table pronto a sorprenderci e a farci brillare gli occhi, come ogni dannatissima volta.