Libertà non è uno spazio libero, libertà è dentro una prigione.
C'è ancora molto da dire e da inventare, ma è un'idea che in questo periodo proprio non attacca nel regno dell'arte. Per fortuna di tanto in tanto affiora una personalità con una propulsione creativa sufficiente per andare oltre il rifugio del "trasho-fagico" e della retromania più cinica e pusillanime. Anna Wolf, con Free, offre un esempio validissimo di quante cose sia possibile realizzare in tre minuti genuinamente ispirati.
Il brano inizia strisciando sottile nella notte imbavagliata in lenzuola zuppe di sogni e di incubi. Poi esplode come un boato suicida nel fondo di un gigantesco palazzo abbandonato e per finire si gonfia di un caos mangiatutto. La quiete è rotta fragorosamente da voci, urla, esplosioni, frenate, clacson e preghiere. In tutto questo, la canzone prosegue, facendoci chiedere cos'altro potrà riservarci.
Free è una meditazione non banale sulla libertà. Ci vediamo incastrati in una solida prigione da cui possiamo uscire solo con l'aiuto di qualcuno, ma una volta fuori non abbiamo la possibilità di camminare da soli e ci sentiamo sempre prigionieri. La nostra esistenza è ancorata a un altro, pure se, come suggeriva Lacan, egli non c'è più. Ci ha abbandonato a noi stessi per tenerci ben saldi alla sua catena. La chiamiamo libertà ma è solo un altro nome della stessa prigione in cui siamo condannati a esistere.