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James Blake: Like the End
Ho scordato le t-shirt
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Punto di non ritorno.

Instabilità critica, clima di terrore subdolo, una politica che sembra aver perso totalmente le redini di un mondo in rotta per la deriva. Un po'lo capiamo James Blake, perché per tirar fuori un pezzo rassegnato e struggente come Like the End bisogna aver realmente percepito l'odore di una fine che la società (e chi la governa) tenta di mascherare fino all'ultimo giorno.

Spazzati via i brividi post-step e le venature hip hop, il musicista londinese si allontana anche dal nucleo dell'ultimo (buono) Playing Robots into Heaven, andando a privare parte degli strati sonori del loro collante elettronico, esponendosi a una malinconia dilagante («But doesn't it feel like the end? / Something's coming for us / I think we're not prepared»), come se quest'ondata di fatalismo fosse venuta fuori dallo studio dei Radiohead e dalle aperture vocali di Thom Yorke nel periodo OK Computer.

Un pezzo che studia l'alt-rock e lo veicola in questa sorta di eruzione sonora dal gusto cinematografico, come se James Blake si trovasse alle pendici del mondo e ci raccontasse il delirio autodistruttivo di guerre insensate, il calore di popoli che si tramuta nel freddo dei cadaveri, la terra che implode su sé stessa per la scelleratezza di chi la abita.

Una botta emotiva che germoglia da un minimalismo strumentale e fiorisce in un electro-folk dal retrogusto catastrofico: un pezzo politico, sì – forse anche in maniera spudorata – che ruggisce di una malinconica rassegnazione, tagliando via anche l'ultima fiammella di speranza di una futura rinascita.

Like the End è l'ultimo manifesto prima della cenere.

james blake 

A proposito:

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