Pista da ballo per adulatori del noise.
La capacità di aprire le braccia e lasciarsi trascinare senza vincoli dal flusso creativo è quello che mi ha sempre affascinato dei FACS. Ma è, al contempo, anche il motivo per il quale li teniamo lontani da una stringente categorizzazione, d'altronde hanno sempre dimostrato una certa avversità allo stagnare tra i bordi di un unico genere.
Una discografia che testimonia le istantanee distorte di un estro in perenne contorsione, che nel solenne passaggio da Present Tense a Still Life in Decay scioglie i preponderanti garbugli noise convertendoli in tessiture post-punk più definite, seppur animate da quella gingillante tendenza a una studiata disarmonia, sparsa in un arioso sviluppo post-rock che prende sempre più campo.
Wish Defense si porta dietro un peso non indifferente: segna il gradito ritorno di Jonathan Van Herik e dà il nome a uno degli ultimi album prodotti dal compianto Steve Albini. Insomma, un'uscita carica di emozione per Noah Leger e Brian Case, che sezionano la title track del loro sesto full-length, ne frammentano i ritmi e incollano i pezzi al contrario, conferendo al sound una sorta di ballabilità sgangherata, che pesca dalle enigmatiche pulsioni post-punk dei Drahla e dal groove degli Shellac, andando a tastare panorami sì sempre dissonanti, ma stranamente luminosi, con pennellate di sei corde che dal puntinismo acidulo in apertura provano a disegnare arpeggi radiosi, a cui Case si aggrappa con voce aspra.
Evolve ancora la proposta dei FACS: riaccoglie un po'di noise nel ricettario e allarga gli spiragli melodici a un ardore creativo che pare, ormai, insaziabile.