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Dust: New High
Lucciole… d'inverno
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Beata solitudine, regina della notte.

«Australia is the new UK». Ok l'ironia e l'esagerazione che aleggiano attorno a questa dichiarazione, ma, sotto sotto, il fatto che ci giunga alla mente non è del tutto assurdo, tenendo conto del quantitativo di roba figa emersa dalla nuova scena alternative aussie.

Se ne sono accorti anche gli Interpol, che hanno caricato sul carro celebrativo per il ventennale di Antics i giovanissimi Dust, quintetto di Newcastle che si merita, sin da adesso, qualche bel titolone sulle webzine, poiché quel poco che è uscito dal loro studio dimostra tecnica e rapida abilità di maturazione. Difatti, se li avete conosciuti con Joy (Guilt), con quell'alt-rock impastato al lo-fi e al garage, a metà strada tra Dry Cleaning e Courting, beh… potete quasi scordarveli. O meglio, riprendete quella linea di basso pulsante e serrata e trapiantatela nel buio dei vicoli della città, con le luci al neon delle insegne che guardano in cagnesco il freddo e fanno da punto di riferimento ai pensieri che si ammassano nell'aria.

I Dust affrontano la solitudine con rispetto in New High, elogiandone privilegio e dolore e tributandola in un giro riflessivo in mezzo a strade vuote come tavole spoglie su cui poter riversare il senso delle proprie mancanze. Un flusso nebbioso, ma lucido, che aggancia post-punk e art-rock, aggrappandosi un po'agli ultimi Mount Kimbie e all'ombrosa vocalità del loro compagno King Krule, pedinando timidamente l'enigmaticità dei Protomartyr e i sollazzi sassofonistici dei Deadletter, da cui traggono meno verve e botte di allegria.

Se Trust U See mirava più all'impeto incontrollato e a un'instabilità elettrica – à la Maruja, per intenderci – New High ci va giù più cauta, modellando la notte e sacrificandola per esorcizzare e (contemporaneamente) benedire la solitudine, in un teatro urbano che avvolge una delle sensazioni più particolari e controverse della nostra esistenza.

dust 

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