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Cleopatrick: Hammer
Soli et pensosi
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Martello del destino, io ti abbraccio.

Diciamo che io e i Cleopatrick abbiamo spesso faticato a rimanere sulla stessa lunghezza d'onda: tanto impetuosi, quanto ingenuamente derivativi. Cibo un po'troppo rimasticato, anche se oggettivamente cucinato bene: è così che ho metabolizzato la musica dei canadesi, con quell'imperante ombra (zeppa di fuzz) dei Royal Blood a zompare fuori ogni tre secondi.

E sia chiaro: i Royal Blood li adoro. Ma il fatto che i Cleopatrick me li richiamino in maniera troppo evidente nelle loro sfuriate mi ha sempre allontanato un po'da un ascolto più attento e accorato. Sarà per quello che, non appena subentra un minimo di ricerca d'identità – la bella Victoria Park, ad esempio – si riaccende una fiammella di curiosità, coltivata e alimentata con cura dalla nuova Hammer: cambio di sonorità importante, con una sterzata che stacca le gomme dall'asfalto consumato dal groove/alternative e le solleva sulle ineffabili autostrade shoegaze, sopra cui Luke Gruntz e Ian Fraser lasciano illuminare il valore dell'accettazione, provando a farci comprendere come, talvolta, aprire le porte serenamente a ciò che ci accade sia meglio che lottare inutilmente per provare a ribaltare il destino.

Fanno questo su una base soffice, che punta il focus sugli ultimi (eterei) DIIV di In Amber, così come sugli Slow Pulp più strascinati di Slugs. Non stenta, però, a grattugiare le emozioni dagli slanci di distorsione, a cui il frontman si allaccia con tonalità tiepide, avvolgenti, molto lontane dagli sforzi vocali del recente passato.

Qualcosa sta evolvendo a Cobourg e la cosa ci fa dannatamente piacere. Ora, che sia Hammer un singolare zampillo di emotività nel solito pastone alt-rock? Ci sentiamo di no, e speriamo di non essere smentiti dal prossimo full-length. Nel mentre ci lasciamo coccolare.

cleopatrick luke gruntz ian fraser 

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