Prendere le cose vecchie, customizzarle e sbatterle sul grugno del mondo distratto e digi-mortizzato.
Rock'n'roll e poche chiacchiere. Gli Hellacopters sono sempre stati questo e niente di meno. Un ritorno alle radici pure della musica che ti prende a calci nel sedere finché non ti butti nella pista della vita e, ispirato dalla diabolica guida tribalistica del quattro quarti, non metti in scena il tuo ballo personale, individuale, irripetibilmente selvaggio in faccia al mondo.
La ricetta non è mai cambiata davvero. Pochi minuti, un riff netto, asciutto e implacabile, l'hai sentito mille volte ma sembra sempre qualcosa di unico, inatteso. Poi un flipper di accordi squadrati in cui la tua mente è la pallina impazzita, sospinta dalle manopole della melodia. Il resto è un gioco che non puoi padroneggiare, un riflesso condizionato di ribellione verso le pressioni dominatrici.
In the Sign of the Octopus sembra un pezzo degli Starz fino al ritornello, quando esplode come i Kiss delle origini, grande amore di Nicke Andersson, anche al tempo in cui smantellava cimiteri con il death metal primordiale degli Entombed e Nihilist.
Oggi c'è un senso di purezza negli Hellacopters guadagnato programmaticamente nel tempo e che suscita rispetto. Sanno di passato ma sono sempre stati il futuro.