La spaventosa eco della fine del mondo.
Il freddo che brucia più del fuoco, in un rituale che prende atto sulle alture di Reykjavík. L'aria strozzata e ammantata dal metallo fervente, dal rimbombo del vuoto, da un nichilismo che spolpa il suolo e scava verso l'oblio.
Islandesi emergenti, i Múr c'hanno letteralmente stregato alla loro primissima (!) pubblicazione: Heimsslit è un pezzo lungo, ostico, gonfiato da un timore prominente e cullato dai gelidi venti del Nord, fatti convergere in muraglie spesse di synth che spirano solenni per lungo tempo, cedendo il passo, poi, alle ombre ben definite del post-metal.
Atmosfere che ricalcano genesi e compimento di una valanga osservata da lontano, suoni allungati e stirati dall'oscurità, fatti ingrossare naturalmente tramite il solenne passaggio dalle secche tastiere al rombo dell'ensemble strumentale. Un varco aperto per le lyrics (in islandese) di Kári Haraldsson, un'ugola profonda come un burrone senza fine, graffiante come un amo che struscia con vigore sulla pelle, inevitabilmente associata a quella di Joe Duplantier in quanto a timbro ed espressività.
Non a caso, i Múr paiono proprio forgiarsi dalle sacre acque dei Gojira – quelli più atmosferici di Born in Winter e di The Fall – affacciandosi, poi, anche in casa Cult of Luna, andando ad assorbire quella capacità di modellamento dell'ambiente, così ciclopico, lento e, subito dopo, fragoroso, per poi finire a bussare alla porta dei Pallbearer, scansionando e rimestando il doom melodico e arioso di Heartless.
C'è tutto questo negli undici minuti di Heimsslit, sicuramente una delle tracce più interessanti del 2024, completata da un video ufficiale che è una piccola chicca di regia e inquietudine, che richiama (anche se timidamente) l'angoscia strisciante che si incunea tra i fotogrammi di Midsommar di Ari Aster.
Insomma, not bad per essere un primo singolo, che dite?