Suonare secoli e secoli di sofferenza, privazioni, speranze e dolci, arrendevoli morti.
I Sólstafir provengono dalla fumosa Reykjavík, città islandese antichissima, forse il primo insediamento umano da quelle parti. Il gruppo viaggia attraverso parecchi generi, dal post al black metal, con un senso di irrequietezza tipico degli avventurieri creativi e degli esploratori che non inseguono nulla, ma fuggono, non cercano ma trovano.
Hún Andar è un mid-tempo pieno d'atmosfera, di gas mefitici e di gelo che ti avvolge le ossa e te le blocca, obbligandoti a rimanere in mezzo al nulla, vasto e desolato, tra una natura brulla e intrattabile. Ci sono posti sulla terra che sembrano antichissimi pianeti lontani, su cui non c'è la minima istanza materna per noi parassiti. Sembra che i Sólstafir arrivino proprio da lì.
Il brano va dritto lungo un minutaggio corposo ma non eccessivo. Tutto scorre, come il tempo indifferente, con un arpeggio dilatato che forse abbiamo già sentito da qualche parte, ma che sa esprimere ancora un nordico adagio di tristezza. La voce a tratti sgraziata e lamentosa di Aðalbjörn Tryggvason ci sospinge come cattivi pensieri, lungo un umidissimo pertugio della nostra stessa anima, dove tutto è più freddo, brullo e ingeneroso.