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Second Harbour: The Most Dangerous Game
Nella vita c'è bisogno di serietà

Second Harbour
The Most Dangerous Game

| Lo leggi in 2 minuti

Ti trascino giù con me.

«When you dig through the pit of my stomach / Find I've never felt a love like this.»

Ah, l'amour. Un sentimento di una complessità disturbante, trait d'union e onnipotente capo di tutto quello che concerne il resto delle emozioni e conseguenti reazioni fisiche. Farfalle nello stomaco e occhi dolci da un lato, distruzione e senso di vuoto dall'altra.

Testa o croce, perché l'amore, talvolta, ricasca sulla faccia sbagliata: lo sanno i giovanissimi Second Harbour che scavallano la via fiorita – cuoricini e bacini non ci saranno, per capirci – andando a eradicare il dolore dal "dark side” del sentimento.

The Most Dangerous Game suona un po'da avvisaglia fin dal titolo, d'altronde c'è bisogno di stomaci belli tosti per inserirsi tra le fredde linee dell'ultimo singolo della band di Montréal (Canada): un freddo che stride contro il caldo rossore che avvolge l'ideale atmosfera a cui siamo abituati, totalmente annichilito dall'imponente presenza della morte come metaforica compagna nel clou di una relazione tossica.

L'amore che devasta, che usurpa, che riempie e poi svuota tutto d'un colpo, accartocciando l'anima e gettandola nel più vicino cassonetto: tutto passa in questo ibrido contenitore riempito a emocore, ficcandoci dentro gli scream accennati, le melodie decadenti, le distorsioni irascibili e strusciandole su una base pop-rock che rimane, però, in seconda luce, giusto per qualche venatura di morbidezza.

Un sound che fa risuonare nell'aria quelle vibes malinconiche che sgocciolano dai Movements e dagli Holding Absence del self-titled, ma comunque capace di riscrivere una sua identità ben precisa, sintomo che i Second Harbour hanno ben più di qualcosina da dirci.

second harbour 

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