Caro e vecchio growl, ci eri mancato assaje.
Åkerfeldt è tornato a cantare in growl! È bene dirlo subito e arrivare subito al dunque. D'altronde, basterebbe questo a ridestare un qualunque fan degli Opeth di vecchia data, e forse anche quelli più recenti. Ridestarli dal torpore di alcune produzioni un po'sornione e – francamente – di livello inferiore al materiale che era tinto di un'oscurità specifica non indifferente. Già, perché solo con questo assunto si può ben affermare che "gli Opeth sono tornati". Quelli veri, si intende.
Alt, alt. Fermiamoci un attimo. Sì, certo, non se ne erano mai andati. Ma provate a spiegarlo a quelli che erano rimasti a Blackwater Park, o a Deliverance, o al limite a Watershed, ultimo baluardo di un gruppo che aveva fatto della sua voce grossa e delle sue partiture sghembe uno dei punti più alti della musica progressive tinta di estremo. Quel death metal contaminato di influenze Seventies che da Orchid e Morningrise aveva incontrato Steven Wilson, abbracciato le diramazioni lisergiche, quelle semi-acustiche (anche con preziosi risultati come l'incantevole Damnation) e poi, complici forse alcune defezioni nella line-up, si era andato a scontrare, con la volontà del suo capomastro (e perdendo numerosi fan) nei territori ibridi di un rock progressivo all'inglese senza mai svettare del tutto, se non in alcuni brevi momenti, in originalità o personalità particolari.
Åkerfeldt, immergendosi sempre di più nei suoi trilioni di vinili anni Settanta, aveva deciso che gli Opeth non dovevano più abbaiare e dovevano andare avanti. Per un certo periodo era stata perfino abbandonata dal vivo, la voce in growl: decisione questa di tutto rispetto artistico, naturalmente, ma che già dopo poco era stata ritrattata in favore di una setlist che teneva conto anche del fatto che i fan degli Opeth volevano certe canzoni. Senza contare che i nuovi membri della band che aveva deciso di tirare in mezzo erano dei metallari belli e buoni e non certo degli epigoni dei Jethro Tull. Che alla fine Mikeal si sia finalmente arreso a ciò che la gente voleva da lui e dai suoi Opeth? Per ora diciamo solo che ci scherza su con il suo solito umorismo di dubbia comprensione: «Perché riportare in vita quel tipo di voce death metal proprio ora? Volevo che accadesse quando la gente aveva smesso di interessarsene… e immagino che questo fosse il momento!».
Insomma, vuoi o non vuoi, con questo assaggio di The Last Will and Testament, fuori la prima metà del prossimo ottobre, capomastro Åkerfeldt sembra mettere d'accordo l'ultimo In Cauda Venenum con Watershed e Ghost Reveries, anche grazie al nuovo batterista Waltteri Väyrynen che ci mette la sua parte progressive. Ecco, così quel tocco di nostalgia pura delle vecchie copertine viene rispolverato come una vecchia cartolina. Il tutto è assolutamente convincente, soprattutto se immaginato nel contesto più dilatato di un concept album.
Siamo sicuri che in ogni testamento o volontà finale di un fan degli Opeth ci sarebbe stato scritto qualcosa come "Mikael, torna a cantare in growl!". In questo senso, c'è già uno spoiler nel concept di cui sopra.