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Diciassette lunghi anni. E non sentirli, sentendoli eccome.

Appena parte siamo immediatamente riconnessi con Geoff Farina, Gavin McCarthy e Jeff Goddard. I loro fraseggi riescono a mantenere quella sottile arietta jazz, muovendosi in un ambito che hanno contribuito a unire e a creare insieme ad altri fari del passato quali Slint, Fugazi, Codeine.

C'è poco, pochissimo nei due minuti e mezzo di Around the Dial, una delle tre canzoni (le altre sono Defendants, che aprirà la tracklist, e Silence, Sound, che la chiuderà). Ma anche tanto, tantissimo. C'è la ritmica inimitabile dei Karate, la voce di Geoff, sogni che smettono di essere riscontri, una tristezza che probabilmente è la consapevolezza che appare a molti quando si rendono conto della loro situazione adulta. C'è un brano che ci parla, una chitarra che ci trascina, un suono che ci riapre cassetti nei quali, impolverati, avevamo lasciato un po'di noi. C'è, soprattutto, la possibilità di risentirsi dentro a un suono personale che il trio aveva creato a Boston ma che più di una volta si era poi rivolto anche all'Illinois, e in qualche caso, come in questo, riecheggia anche di suggestioni kinselliane (di scuola American Football più che Cap'n Jazz), trovando una perfetta mistura fra i passaggi strumentali e quella voce.

Sono minuti spaziosi nei quali poco basta a farci capire che, in fondo, le cose non sono poi così cambiate. Certo, siamo un po'più vecchi e più canuti (non ricordo nemmeno più che anno fosse quando li ho visti per la prima volta dal vivo, al CPA di Firenze insieme ai Brutopop), ma ehi, è la vita. «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» diceva Tancredi nel Gattopardo, e direi che tutto intorno a noi è cambiato moltissimo. Ma abbiamo comunque le nostre certezze e i Karate sono sicuramente una di queste.

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