Persi nel buio, dentro qualche vicolo della Grande Mela.
Quando il Trieste Science + Fiction Festival ha scelto otto progetti sonori italiani per presentare gli spazi interiori ed esteriori che ci lambiscono, la scelta è andata a finire su artisti che con l’ignoto e l’immaginario hanno spesso flirtato.
Qui, con un titolo smaccatamente carpenteriano abbiamo in loro rappresentanza Blak Saagan, progetto di Samuele Gottardello. In un dedalo di dieci minuti di perdizione e smarrimento, ci ritroviamo alle prese con un suono incalzante, freddo e teso, di quelli che a immaginarli suonati mentre si cammina da soli viene spontaneo girarsi, o mettere mano a un oggetto contundente. La bravura di Samuele (un passato come Second H. Sam e apparizioni in Hormonas e John Woo, oltre all’ultimo, splendido, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo) sta nel giocare con i diversi elementi senza diventare lezioso: invoglia in qualche modo a osservare cosa stia succedendo, a immaginarsi quale possa essere la prossima mossa coperta dall’oscurità.
New York è eterna, lo sappiamo, c’è passato Jena Plissken e le bande dopo la riunione nel Bronx, ma in questo blackout, cercando di sviluppare i sensi ancora utilizzabili, siamo noi a dover sfuggire del prossimo pericolo. Potrebbe essere un mutante, un semplice assassino seriale, uno spostato. Blak Saagan stesso, o un triestino immigrato. Partendo dallo storico blackout del 1977, notte mitica che seminò rivolta e terrore, ma che diede anche la possibilità a musicisti meno abbienti di far man bassa di attrezzature che sarebbero state utili a inventare l’hip-hop, ad esempio. Paura, sorpresa, il tocco italiano di un Lucio Fulci al lavoro su Manhattan Baby. Tanti, tantissimi ingredienti che in dieci minuti pulsano letteralmente fra le nostre meningi, a scatenare storie reali, realistiche, fantascientifiche.
Da Trieste a New York, letteralmente un oceano di suono.