Sgambettamenti poetici, ferini e furenti.
Amiata (pop musik), allora. Al suono storto si accompagnano le rime tortuose di Marko Miladinović, le chitarre ispide di Marco Guglielmetti (già attivo anche con lo splendido progetto Infesta), il basso di Filippo Zanoli, i synth e i cori di Claudio Büchler e Matteo Simonin (che porta in dote anche il suo sax).
È un flash, nemmeno due minuti e mezzo prima che tutto finisca e ci rimandi all'esordio Alti Eldoradi appena uscito. In dote portano le ispirazioni – parole loro – dei Doors, dei Fall, degli Area e di Alfredo Cohen, ma, fidatevi, non credete a una parola di ciò che raccontano. Piuttosto, buttatevi con loro nel flusso di suono e parole, mordendo cosce e cagando denti.
Il potere è soltanto un insieme di due parole, tutto sta nel significato che gli diamo. Di certo si sentono i profumi del punk più libero, del teatro-canzone, il sudore del pubblico, la poesia e una certa levità di suono, come se avessero in qualche modo riguadagnato una verginità post-coitale.
Ripartono così, due minuti alla volta, fastidiosi come una zanzara, esili e brillanti come sempre. Ci riserveranno sicuramente ancora molte sorprese, ma per ora facciamo girare più e più volte questo pezzo, lanciando le braccia a ogni impennata di synth e volando letteralmente su un mondo mediocre e arrivista. Musica perfetta per questo buco di culo di piombo, per sfuggire alla cristallizzazione del microfascismo. Del resto, potere non significa superpoteri, mentre Amiata (pop musik) significa supermusica.
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