Fantasmi, campagna e buio. Non serve null’altro per avere paura o per emozionarsi.
Era difficile capire come si sarebbe mosso Alan Sparhawk dopo i Low e in fondo lo è ancora. Per l’album toccherà infatti attendere l’autunno ma – qui è la prima sorpresa – in questa calda estate riesce ad arrivare con Can U Hear per ricordarci di appuntare il titolo White Roses, My God per il 27 settembre.
In poco meno di tre minuti e mezzo Alan riesce a unire oscurità, tremebonda pasta trap e fantasmi witch-house in un brano che, nonostante tutto, alle nostre orecchie risuona come una possibilità pastorale e perdutamente rurale. C’è l’orrore, lo sgomento, una sorta di sacralità incarnata in un pezzo passionale nel senso di sofferenza, dove le melodie vocali potrebbero anche essere soltanto urla a ricordarci lo stacco emotivo da un passato molto, forse troppo ingombrante.
Se possiamo fare un parallelo, questo è forzatamente con Kim Gordon, e il fatto che musicisti che hanno alzato l’asticella della musica per così tanto tempo con progetti che a tutt'oggi tolgono il fiato riescano ancora a sporcarsi, sperimentando con un suono del presente, rappresenta la forza delle loro unghie. Unghie che si aggrappano, che lacerano, che possono convincere, deludere, ma mai lasciare indifferenti. Come altri grandi prima di loro (pensiamo solo a David Bowie), continuano a lasciare tracce di un percorso lunghissimo che starà a noi seguire se lo vorremo: del resto l’intenzione non è di indicare la via, ma di perderla per sempre nel suono.
And anyway, yes: we can hear you, Alan.