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Trentemøller: A Different Light
Dovevo mettere il giaccone più pesante
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Al di là dell’ombra c’è una luce tutta nuova.

L'elettronica di Trentemøller non si è mai accasata da nessuna parte: sempre contaminata e sfuggente, sempre pronta a farsi ingravidare da quel crocevia di correnti che taglia e interseca un genere la cui estensione è praticamente incalcolabile. Sarà per quello che la dimensione eterea toccata da Memoria – e annusata inizialmente in Obverse – pare proprio rimarcare un ricercato checkpoint nella discografia del musicista danese, un punto di "stallo" che sa di arrivo, di locus amoenus ardito e finalmente raggiunto.

Eh sì, il sesto sigillo è uno di quei dischi che difficilmente si possono dimenticare, soprattutto perché teletrasporta definitivamente Dísa Jakobs dentro al mondo trentemølleriano, da lì membro acquisito della band sia on stage, che in studio. Una voce pazzesca, onirica, carezzevole, alla quale vogliamo aggrapparci per presentare il delicato singolo A Different Light, opener del nascituro Dreamweaver.

Ci sentiamo dentro il sospiro dei venti del nord e il mormorare delle maree, questo fruscìo che si gonfia e ondeggia, mentre una chitarra acustica pare tratteggiare il loro punto d'incontro. È un attento dialogo con il freddo della natura e con il calore dei pensieri, il resoconto di una metamorfosi, quella interiore, che sussurra la sua volontà di concretizzarsi: lo fa con la transizione/trasformazione nei synth arpeggiati, con quegli abbracci vocali dell'ugola islandese che si fanno via via più stringenti e luminosi, con l'ambient che si espande, sposa e ammanta la docile veste dream folk che veglia sul brano.

È scavalcare le ferite, meditare su ciò che vive e ciò che muore, spostandosi più in là: captare quella luce inconsueta, quella che fa calare il buio su ciò che conosciamo e che scoperchia quello che vogliamo ancora inglobare.

trentemøller dísa jakobs 

A proposito:

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