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Bark at the devil.

La cosa buffa del nuovo singolo dei Mötley Crüe è l'alzata di scudi da parte dei puristi. Accuse svariate, di essersi venduti (invece prima facevano musica per pochi eletti, no?), di essersi fatti aiutare in studio da session man e produttori e forse addirittura pure dall'intelligenza artificiale (invece da Theatre of Pain in poi era tutta farina del loro sacco, vero?), insomma di non essere più quelli di una volta, tipo Dr. Feelgood (la cui title track era di Slash non accreditato e il resto dell'album gridava Bob Rock da ogni solco). Ma da una parte va bene così: i Mötley sono diventati ciò che sono anche grazie alle storielle, vere o inventate, che ormai da più di 40 anni fanno in modo che di loro si parli, sempre e comunque.

E poi hanno cacciato Mick Mars, no? E al suo posto mica hanno preso uno qualsiasi: Giovanni Cinque, uno dei mostri più mostri della sei corde sulla piazza. Eppure non va bene. Perché ai detrattori dei Crüe non va mai bene niente a prescindere, manco Dogs of War.

Che suona come ci si aspetterebbe da loro nel 2024: bombastica, iperprodotta, cazzara, forse un po'banale, ma terribilmente irresistibile (e comunque superiore a mille altre canzoni uscite recentemente nello stesso genere). Si fa piacere, al secondo ascolto già battiamo il piedino e al terzo conosciamo il ritornello a memoria: che importa del resto, godiamoci il party finché siamo vivi, che dall'altra parte, se c'è qualcosa, sarà una noia infinita.

mötley crüe 

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