Mungere il sangue dall’ascia di Lucifero.
Gli Hellbutcher esordiscono proprio nel 2024, via Metal Blade, con un lavoro dichiarato black metal, ma che fa pensare molto più al thrash irrefrenabile dei primi Kreator, quelli di Pleasure to Kill, per capirci. Ovviamente dietro questo gruppastro di trucidoni, c'è gente con un curriculum zeppo di esperienze metalliche (Nifelheim, Bloodbath), il quale ha imbastito l'ennesimo progetto revivalista ma con il pepe al sedere a manciate. Nonostante le perplessità iniziali, infatti, va riconosciuto in un brano come The Sword of Wrath un tiro davvero frastornante.
Il metal di questi ultimi anni sembra non andare più né avanti né indietro. C'è chi rimane appollaiato in un determinato periodo storico, trascurando i doveri che il genere impone fin dalla sua nascita, vale a dire seminare, non evolvere verso l'alto delle classifiche divenendo i "Nuovi Metallica", ma spargendo nelle nuove generazioni un sottile veleno di renitenza culturale. Direi che nel caso degli Hellbutcher, quella vena corrosiva e sgocciolante di acido dissidente stilla dal randellante brano di apertura di un disco intitolato fantasiosamente con il nome stesso del gruppo.
La scelta di tornare ai concetti basilari, recuperando una specie di innocenza perversa e malsana che era tipica dei ragazzini disadattati di fine anni '70, cresciuti a pane vecchio e cinema di serie B, a riviste di cronaca nera e qualche brutto compendio satanesco, prosegue l'utopia dell'heavy odierno, destinata a fallire ovviamente. E gli Hellbutcher rappresentano questo idealistico ritorno al futuro che non cambia niente per cambiare tutto (parafrasando a testa in giù il povero Tomasi di Lampedusa) e il suo "Gattobardo".