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Umbra Vitae: Velvet Black
Ma poi alla fine la pelle vince sempre

L’ombra della vita si veste di velluto nero.

A discapito di chi avrebbe gradito maggiore attenzione e dedizione alla main band, quattro anni fa, il frontman di lunga data dei Converge, Jacob Bannon, ha presentato il suo nuovo supergruppo Umbra Vitae: dentro anche l’ex chitarrista degli Hatebreed e Twitching Tongues, Sean Martin, un paio di membri dei Red Chord e un ex batterista dei Job for a Cowboy. Il tutto non era stato affatto male, ma senza mai affrontare i grandi riflettori della scena, restando ancorato a quell’underground che Bannon e soci convergiani hanno contribuito a plasmare, prima di entrare nell’Olimpo del post-hardcore. Underground in cui, nonostante tutto, sembra sguazzino ancora bene.

Ora gli Umbra Vitae si stanno preparando a dare seguito al loro debutto del 2020 Shadow of Life con il nuovo album Light of Death. Dopo l’anticipazione del singolo Belief Is Obsolete, che era già una bella mina, la nuova Velvet Black si avvicina più ai toni meditabondi e cadenzati del progetto Bloodmoon (quello con Chelsea Wolfe, per intenderci), senza però dimenticare che Bannon e soci non mollano mai del tutto il loro sludge hardcorizzato. Oltre alla solita lezione Neurosis, che scorre come un fiume di lava in tutto ciò che sembra ancora chiamarsi post-metal, ci piace sottolineare una curvatura più “heavy”, che già aveva contraddistinto il progetto Wear Your Wounds (soprattutto nel secondo album, da recuperare assolutamente).

Dice il frontman a proposito del significato e della storia del brano: «Dal punto di vista dei testi, questa canzone parla della pressione e di come essa forzi azioni che non sono in linea con chi vogliamo essere. Spezza e cambia le persone, creando mostri e miti. Questi cicli di disfunzione danneggiano indiscriminatamente tutto ciò che ci circonda. Metaforicamente, esploro questo in due modi interconnessi. In primo luogo, l’idea che la crescita derivi dal decadimento. In secondo luogo, come scenario dell’aldilà in cui i morti tentano di oltrepassare i cancelli dorati. Non degni di passare a causa delle loro azioni sul piano mortale, si ritirano nell’oscurità del velluto nero da cui provengono».

«She wore black velvet…» canterebbe qualcuno, mentre noi continuiamo a goderci la prolificità di un personaggio che rimane arroccato sul suo status di beniamino del nuovo corso del metal. Post-metal, s’il vous plaît. Aspettando, naturalmente, un altro megalite targato Converge, restiamo sedotti da questa ombra sghemba e sempre oscura.

Umbra Vitae Converge Jacob Bannon 

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