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Cose buone che nascono sotto le Due Torri.

Da Bologna, Tancredi Bin ci prende per mano tornando in un passato nel quale suggestioni battistiane si perdono in una nebbia caleidoscopica, giocando fra canto e parlato, scatti strumentali drammatici a tratti e leggiadri un secondo dopo.

Conosciuto nella scena come batterista metal, cambia abito svelando vis da cantautore d’altri tempi. Ce lo immaginiamo a giocare e a comporre in un luogo fuori dal tempo riuscendo perfettamente a centrare il bersaglio di un primo singolo. Incuriosisce, fa sì che facciamo ripetutamente ripartire il player prescelto dopo i tre minuti scarsi di durata, ci regala un’immagine astratta come sfondo e una sorta di Super8 che scorre nella nostra mente con immagini di un passato forse non del tutto vissuto ma che si mischia alle nostre memorie.

Composta a quattro mani insieme a Simone D’Avenia (che i più attenti ricorderanno come collaboratore in Nou, splendido esordio di BLUEM lo scorso anno), ha il potere di farci dinoccolare candidamente al mattino. Tancredi ci trasporta insieme a lui e noi seguiamo il testo – come da indicazioni – ricreando quel che succede: segno di affabulazione, fascino e stregoneria.

Difficilissimo capire come e dove andrà a parare Tancredi Bin: ne sapremo sicuramente di più all’ascolto del suo esordio che dovrebbe arrivare intorno all’inizio dell’anno nuovo, ma di certo non perderemo le sue tracce. Mi Ami 2024 intanto, poi si vedrà.

tancredi bin simone d'avenia 

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