Non sono le vecchie ricette il problema, ma la penuria di cuochi degni di applicarle.
Il vocione imperioso di Lisa Skinner ha l'enfasi epica di Ronnie James Dio e insieme il crudele tonare di Blackie Lawless. Il destriero posto sotto il deretano solenne di questa principessa di altri mondi è un andante semiacustico che intreccia arpeggi drammatici e un ritornello che arremba a guizzo di speranza, oltre il tetto di spade, il cielo di arti mozzati che volano e lunghe grondaie che stillano sangue nero.
C'è pure un flauto panico che aggiunge un tocco morriconiano e mitiga la tensione del brano. The Quest è una tesissima fune che sorvola garrotante i nostri sguardi, segando in due il tramonto della disfatta. I Sorceress of Sin non aggiungono nulla al patrimonio eolico dei Warlord e alle sferzate sdegnose di Joey DeMaio, eppure raggiungono un effetto davvero potente, rastrellando dal nostro fondale di tristezza un residuo di entusiasmo per il genere epic fantasy.
Ci ergiamo oltre la retorica metallara. Ci concediamo un'ultima sgroppata equina, mentre il solo del riccioluto Constantine Kanakis sbrindella per l'ennesima volta la scala minore e snocciola, in una cascata di coriandoli luccicosi, il ventre della materna The Quest. I Sorceress of Sin hanno il tono giusto per ridestare gli dèi crepuscolari e farli incazzare ancora una volta.