Rompimi l’anima.
Si definiscono blues-punk, ma probabilmente sono molto di più. Provate a immaginare un kraken dalle fattezze mutevoli, un tentacolo indurito dal classic rock, un altro arricciato dalle scorie hardcore, il corpo forgiato dal groove e la testa messa a soqquadro dal fuzz: un bel tipetto, non è vero?
Ma per farvelo figurare meglio ci pensano i Mother Vulture stessi, presentandosi con una Break Me che pare la carta d'identità musicale del pazzo quartetto bristoliano. Traccia che è una carica al tritolo pronta a saltare in aria, specchio di una verve on stage che in tanti hanno già iniziato a invidiare: l'ultimo singolo degli inglesi mescola un po'le carte degli ultimi venticinque anni di rock, tornando indietro – precisamente attorno all'inizio del nuovo millennio – per ripescare i Queens of the Stone Age di Songs for the Deaf – Georgi Valentine riesuma Nick Oliveri nei suoi screams del refrain, mentre la strumentale pigia sullo stesso acceleratore di Go with the Flow – a cui si uniscono i più moderni Royal Blood del self-titled e quel basso fatticcio e distorto di Mike Kerr, groovy al punto giusto, riplasmato (con due corde in più) nel riffing di Brodie Maguire.
C'è anche tanta punk attitude, c'è il graffio del garage, ma quello che colpisce è l'architettura della canzone, la sua costruzione e contorsione, il suo aspetto tanto vintage quanto moderno. La sua potenza brutale, incanalata, però, in incastri ragionati che le conferiscono una dimensione da grande hit e, ovviamente, da grande palcoscenico.
D'altronde, autodefinirsi «hectic blues-punk that will leave you with horrific injuries and permanent hearing loss» non dovrebbe lasciare spazio ad alcun dubbio. Uomo avvisato…