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Iosonouncane: VIUDAS
Manco il tempo di darmi una sistemata

Respiro e contemplazione, appena dopo aver risalito l’abisso.

Jacopo Incani è un miracolo della musica italiana per il quale vale la pena incazzarsi. Con chi? Mi pare piuttosto ovvio: con i “detrattori a prescindere” dell’arte del Belpaese.

Un’oasi agghindata in un deserto di monotonia, esattamente come Daniela Pes, non a caso scelta e “accudita” dalla Tanca Records dell’artista sardo. Un legame non solo di label, ma anche di volontà, quella di sradicare qualsiasi argine che si opponga al flusso delle note, alle acrobazie della voce, al decollo verso una galassia in cui i generi si fondono, si storpiano, si scontrano e si agganciano. Avanguardia pura, da far invidia ai grandi artisti internazionali. Eppure ce li abbiamo qui, e mai come oggi dovremmo esser fieri di condividere la madrepatria con due musicisti di tale calibro.

A tre anni dal colossale Ira, un gamechanger totale per la discografia di Iosonouncane – e, più in generale, per tutta la musica italiana – e a un annetto dal buon Jalitah, in collaborazione con Paolo Angeli, e da Qui noi cadiamo verso il fondo gelido, Incani si riaffaccia sulle piattaforme annunciando un nuovo singolo, scritto per la serie TV Briganti: VIUDAS non vibra di certo del tormento sonoro che filtrava dall’oscurità del terzo album, ma ne estrapola quell’alfabeto tutto suo, quel linguaggio che diventa consorte della musica stessa, attrazione complementare in uno sposalizio che trova il senso non nel significato delle parole, bensì nel valore del suono. Un valore che qui risuona più limpido, cucito al pianoforte e inondato da una salvifica pioggia di synth a emulare l’abbraccio di un crescendo d’archi.

Una forma canzone più riconoscibile, quindi, molto più affine a Die che al suo enigmatico successore, ma comunque fuori dal mondo e dall’ordinario, esattamente come il suo creatore.

Iosonouncane Jacopo Incani 

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